I "poveracci" in cattedra

Chi è un professore? Cosa deve fare un professore? Se ci fosse un modello di comportamento sociale (in cui rientrano le funzioni della scuola) riconosciuto, condiviso, soprattutto apprezzato, la risposta alle due domande sarebbe ovvia. È la risposta che viene immediata a tutti coloro che sono stati a scuola un certo tempo fa e ai quali non era difficile riconoscere all’istituzione un’autorevolezza fondamentale nella sua funzione educativa.
Ma adesso? È un disastro. Il motivo non deve cercarsi nelle carenze legislative in materia, nel modo in cui sono reclutati i docenti, nei programmi di studi inadeguati. Queste sono questioni importanti ma, nell’insieme, marginali. Il motivo è la solitudine dell’insegnante: non riconosciuto dalla società per il ruolo che svolge («è un poveraccio», generalmente si sente dire), non stimato dalle famiglie che per prime lo accusano di non essere all’altezza del suo compito.
Di tutto questo il prezzo più alto lo pagano gli studenti, che passano gli anni più importanti della loro vita come se giocassero alla roulette, in cui la posta in gioco è la loro formazione. Ecco il caso: nella stessa scuola ci può essere un docente ottimo e uno pessimo, uno che s’impegna in modo commovente con tutta la sua anima e uno che fa il menefreghista a tempo pieno. Anche una volta c’erano inevitabilmente differenze fra professori, ma a quel tempo era inimmaginabile una diversità di preparazione e di sensibilità come c’è oggi. Il professore di educazione fisica che si mette a fumare in classe una canna appartiene a questa indefinibile, variegata antropologia. Quindi, non c’è (purtroppo) da meravigliarsi. Alla domanda: «Chi è un professore?», si può anche rispondere: uno che fuma una canna davanti ai suoi studenti. E così arriviamo alla seconda domanda: «Cosa deve fare un professore?». Una delle tante risposte è drammaticamente: sopravvivere, tirare a campare. Inutile, ancora una volta, meravigliarsi. Non sono forse all’ordine del giorno le vessazioni degli studenti nei confronti dei loro docenti, regolarmente documentate dai telefonini e mandate in rete come trofei? Si rifletta sulla situazione perversa che si è generata nella classe del professore fumatore di canna. Gli studenti lo filmano, mandano su YouTube il filmato: dunque, lo denunciano di un reato. Il documento ha un effetto inevitabile. Si scatena l’opinione pubblica, il docente viene ovviamente messo sotto accusa. Ed ecco la reazione degli studenti che hanno filmato il reato: difesa a oltranza del professore incriminato, con la minaccia di occupare e di mettere a ferro e a fuoco la scuola se il docente venisse cacciato.
Pentimento, generosità, desiderio di riportare una situazione dentro proporzioni meno clamorose? Niente affatto. Chi avrà la possibilità di vedere il filmato fatto dagli studenti, si accorgerà facilmente di come il docente è osservato con una non celata considerazione, sembra ammirato per il suo gesto trasgressivo. Insomma, il prof è vissuto come uno di loro, uno che non rompe le scatole con interrogazioni e voti. Certo, insegna educazione fisica, quindi non gli è neppure difficile evitare quel tipo di comportamenti che obbligano un professore a valutare (anche se sommariamente) il profitto dell’alunno. E il prof ha voluto dimostrarsi uno di loro, compagno e amico dei suoi allievi, tanto nessuno lo controlla, lui è solo, deve sopravvivere nella classe. Suo malgrado assurge a simbolo del disastro educativo. Cerca l’amicizia e la complicità dei suoi studenti, la ottiene, trasgredisce le norme più elementari fumando droga e finisce per dare l’esempio peggiore.
Non si chiede a un docente di mettersi sulle spalle la scuola italiana con i suoi innumerevoli dissesti, ma che almeno si comporti in modo rispettoso del codice penale, e se poi ha un minimo di cervello si vorrebbe che capisse cosa è l’esempio, sempre la forma educativa più efficace. L’esempio che lui ha dato, sfruttando l’amicizia dei suoi studenti, impressiona per il cinismo e per il disprezzo verso la fragilità di un giovane.