I preti no global

Vittorio Mathieu

Mi colpì molto a Friburgo in Brisgovia, negli anni ’50 una predica dal pulpito in favore della Cdu. In Italia c’era stata la Madonna pellegrina e trionfava il partito dei cattolici, ma un comizio così esplicito non sarebbe stato tollerato. Non ho appurato se in chiese protestanti si tenessero sermoni in favore dell’altra sezione del partito cristiano o dei socialisti. Però il soggetto politico non era la Chiesa: la Chiesa si faceva strumento del partito che giudicava più idoneo alla salvezza delle anime; o, se volete pensar male, dei propri interessi. Ma la rappresentanza politica era altrove. Solo quando aveva un proprio Stato era concepibile che la Chiesa avesse una politica propria, e si appoggiasse per questo ora ai francesi, ora gli austriaci, ora agli spagnoli.
Venne l’ora dei preti operai, vennero i «nuovi preti». Nei primi l’attività pastorale occupava il posto che nella maggior parte di noi ha un hobby: si giudicava più utile testimoniare con una vita simile a quella dei lavoratori. I secondi erano il braccio spirituale di un nuovo patto «costantiniano», di cui speravano che i comunisti diventassero il braccio secolare. L’ecclesiastico statista in proprio era frequente solo nello Stato della Chiesa, negli altri lavorava al servizio di un potere laico. Senza dubbio la Francia passò dal feudalesimo all’assolutismo sotto la guida successiva di due cardinali: nel cui comportamento, però, c’era ben poco di ecclesiastico (e, del resto, cardinale poteva anche essere un laico).
Ben diversa la situazione di don Andrea Gallo e di don Vitaliano della Sala, quando si presentano alle primarie per la presidenza del Consiglio. Con i voti pronunziati al momento di ricevere l’ordine tale iniziativa non ha alcun rapporto, né diretto, né indiretto. Col benestare dei superiori potrebbero candidarsi senza incorrere in sanzioni così come può ricevere l’ordine un maschio già sposato, ma questa eccezione non incide minimamente sulla regola.
La ragione, dunque, non può essere religiosa, bensì pubblicitaria: di una pubblicità, ovviamente, tutta a favore del movimento no global, non certo della Chiesa. Il movimento no global cerca effettivamente un’affermazione esclusivamente pubblicitaria: non si sa bene in favore di che cosa, ma certo di qualcosa d’altro (e di molto «globale»). Da tempo la pubblicità commerciale aveva imparato a servirsi di immagini religiose, in particolare per vendere capi d’abbigliamento: non è strano che qualcuno se ne serva «per far ascoltare ai partiti del centrosinistra voci, sentimenti, passioni, da cui oggi sono lontani», come ha detto don Vitaliano. Quali saranno queste passioni? Quali gli interessi che dietro di esse cercano di affermarsi? Non sono in grado di scoprirlo, ma chi vi ha interesse può cercare di farlo.
Quella che certamente ci scapita è la Chiesa. Tutti sanno che in queste cose ogni reazione aumenta l’effetto che si vuole combattere; né oggi le Chiese hanno i mezzi che avevano un tempo per reprimere analoghe trovate attraverso il potere secolare. Perciò non credo che vi saranno proibizioni come quelle che un tempo colpivano quasi tutti i libri (contribuendo, per qualcuno, alla diffusione). Però la sospensione a divinis, prevista dal diritto canonico, è opportuna per scindere la responsabilità, specialmente in campo liturgico. Spesso già s’insinuano tra le formule canoniche preghiere, auspici, auguri estrosamente inventati. Pensiamo a che cosa accadrebbe se i preti no global continuassero a celebrare, e motivi politici s’insinuassero tra le preghiere. Tra le preghiere collettive, per lo più suggerite dalla Curia, il celebrante potrebbe inserirne altre, in modo che il pubblico risponda «preghiamo». Ad esempio (uso versi alessandrini per accentuare il valore epico dell’iniziativa)l’assistente invoca: «Perché adorni in eterno gli uffici del demanio / l’alta fronte, pensosa, di Pecoraro Scanio»; e il pubblico: «Preghiamo». Oppure: «Perché ritorni in auge l’oppressione del Fisco / sotto la saggia guida del gran ministro Visco». Preghiamo.