I primi problemi già negli anni ’70

Se Riccardo Morandi, il grande architetto che progettò il viadotto sul Polcevera, fosse ancora tra noi, non c’è dubbio che si preoccuperebbe non poco circa la sorte della sua opera. Dal 1967, quando il viadotto venne inaugurato in pompa magna come collegamento tra Milano e Genova con la Riviera dei Fiori, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchio. E in diverse occasioni i tecnici hanno dovuto fare miracoli per impedire che la grande opera venisse giù. Vediamo perché. Il viadotto si sviluppa per una lunghezza totale di circa un chilometro, suddivisa in 11 campate di luce variabile. Le campate maggiori, tra la pila 8 e la spalla 12 (le cui luci sono comprese tra i 145 e i 207 metri), sono state realizzate con tre speciali sistemi bilanciati, sorretti da piloni a forma di antenna (due strutture ad A collegate tra loro a metà altezza e in sommità, a circa 90 metri da terra) alle cui estremità (42 metri sopra il piano viario)sono ancorati gli stralli (e cioé i cavi d’acciaio usati per il fissaggio).
L’impalcato, invece, è costituito da un cassone di cemento armato precompresso. Ed è anche questa la ragione per cui ben presto il viadotto ha cominciato a dar segni di «stanchezza».
Il primo ad accorgersene fu lo stesso Morandi che negli anni Settanta cercò di rimediare ai primi difetti strutturali quando, improvvisamente, il cemento cominciò a presentare tracce di deterioramento. In un primo tempo la colpa venne data alla particolare aggressività dell’ambiente esterno con la presenza di aerosol marino e inquinanti gassosi di tipo industriale. Ma fu soltanto dagli anni Ottanta che il viadotto è stato oggetto di interventi di risanamento, il principale dei quali risale al 1993 quando, esami approfonditi alla struttura, accertarono una situazione ben più preoccupante di quanto non si pensasse, con la presenza di cavità e degrado strutturale soprattutto agli attacchi dei cavi. Da qui tutta una serie di esami che hanno accertato il grave stato di ossidazione dei cavi interni di precompressione, con alcuni dei trefoli (e cioè dei filamenti metallici di cui è composto un cavo) tranciati o fortemente ossidati.
Da qui, dunque, l’esigenza di consolidare la struttura portante del viadotto con i cavi esterni che, per quanto poco piacevoli a vedersi, si rendevano necessari per mantenere in essere la stabilità del viadotto. Inoltre, essendo esterni, si potevano anche controllare meglio per la manutenzione.
Ora, dopo tutti questi interventi, pare che la situazione stia ulteriormente peggiorando.