I quattro anni che fecero scoppiare l'Italia

Andrea Caterini

Prima degli scoppi - di bombe, di colpi di pistola, di pazze euforie ideologiche - gli anni tra la fine dei Sessanta e i Settanta, sono stati il buco nero di una Nazione. Un buco che vale quanto un mistero, o una ferita rimasta aperta, se ancora oggi storici, sociologi, scrittori continuano a rifletterci. Ed è a quegli anni che dedica il suo ultimo romanzo, Nero ananas (Voland), Valerio Aiolli. Più esattamente concentra la sua attenzione dal giorno in cui si compì la strage di piazza Fontana a Milano (il 12 dicembre del 1969 - giorno di un atto terroristico che aprirà simbolicamente e tragicamente la stagione degli Anni di piombo), e i tre anni successivi.

Aiolli è un romanziere puro. Per lui ogni oggetto di indagine è un modo per raccontare una storia. Si capisce che ha un gusto tutto personale per la narrazione. Con questo non voglio dire che gli Anni di piombo e la strage di piazza Fontana siano per lui un mero pretesto narrativo. In Aiolli l'evento storico non scatena esattamente una riflessione - sia questa di natura sociologica o antropologica. In lui agisce un principio, sembrerebbe, reattivo. Il suo modo di riflettere è quello appunto di mettere in moto una narrazione, di mettere in scena, quindi di inventare o reinventare (qualora i personaggi siano persone realmente esistite) delle vite che a quell'evento, che a quella storia hanno partecipato - attivamente o passivamente.

La cosa a cui pensavo leggendo è questa: in quale punto di vista si colloca esattamente Aiolli? In quello dell'anarchico individualista o in quello del Pio (il più volte presidente del Consiglio democristiano Rumor, che si salva miracolosamente da un attentato)? In quello dei gruppi fascisti che tramano insieme ai servizi segreti o infine in quello di un ragazzino che vede disgregarsi mano a mano la propria famiglia e le proprie illusioni (i genitori si separano, la sorella scappa di casa per non si sa quale missione politica)?

Scegliere un punto di vista significa pure decidere, o aderire, a una morale che da una narrazione si vuole fare emergere più o meno consapevolmente. È chiaro che Aiolli vuole porsi dentro gli occhi di quel ragazzino. Ciò che lo interessa realmente è chiarire, prima di tutto a se stesso, che ogni narrazione non è altro che un'eterna linea d'ombra, l'anno zero in cui le illusioni si perdono, in cui la vita inesorabilmente cambia.