I radical chic attaccano il reality perché vivono fuori dalla realtà

Caro Belpietro,
sono come al solito colpevole. Ho accettato di partecipare in qualità di opinionista, termine, ne convengo, tanto pretenzioso quanto privo di significato, o meglio di ospite fisso, a una trasmissione che mi pareva sulla carta ben risolta nella narrazione, spiritosa quanto basta, non volgare, non maleducata, fatta da persone normali che si trovano in situazioni normali, sia pur nella forzatura della rappresentazione televisiva. Alla prova dei fatti mi sono divertita, e intendo continuare. Ma ho messo il piede su una bomba. Finiti i riti di interviste a personaggi famosi, anche intellettuali, che organizzavano cene con tv e scommesse sui vincitori, all'improvviso il reality non si porta più. Scomunicato, per il momento con un effetto boomerang, dal presidente della Rai, Claudio Petruccioli, ha trovato la sua accusatrice ideale su La Repubblica. Vade retro, ha tuonato la signora, genere malsano di spazzatura, maleducazione, menzogne e inciviltà, che cancella cinquant'anni di cambiamenti sociali già avvenuti, che mortifica la donna, che riporta indietro, indovinate a quale tremendo periodo: il fascismo, no? Che sarà mai successo? Natalia Aspesi ha visto la prima puntata de La sposa perfetta, prodotto da Magnolia per Rai Due, ottimo risultato di ascolti, sopra il tredici per cento, e ha scoperto che è lì che covano tutti i mali della nostra povera patria, in un Paese fasullo di suocere televisive, di figli citrulli, di ragazze che cercano marito senza dignità, tutt'e tre categorie inesistenti nella realtà.
Ognuno naturalmente è libero di pensarla e scriverla come gli pare, sui reality e sul resto dell'offerta della televisione pubblica, che è, come la nazionale e il governo, l'argomento preferito nei peggiori bar d'Italia. Quel che stride è sentir parlare di un Paese che sta solo nella testa della Aspesi e dei suoi amici radical chic del quadrilatero della moda, massimo spostamento in mezzo alla plebe, la promenade a Cannes, l'Excelsior al Lido. Se così non vivesse, la signora saprebbe, grazie anche a qualche consultazione di dati statistici, che l'Italia de La sposa perfetta può piacere o no, ma certamente esiste, ed è pure prevalente su quella dei Dico.
L'Italia è il Paese europeo nel quale i giovani se ne vanno più tardi dalla casa dei genitori. Vive con la famiglia il settanta per cento dei maschi e il cinquanta per cento delle donne, più coraggiose, tra i venticinque e i trent'anni. I sociologi leggono il fenomeno come un processo di deresponsabilizzazione dei giovani, parolone che sintetizzano la seguente condizione nazionale: il persistere di un modello mediterraneo di famiglia, tutti assieme sotto l'ala di mamma che cucina, lava, stira, comunque provvede, decide e rassicura, presenzia e conta infinitamente più del padre, ma anche le ragioni economiche di un welfare inadeguato, di un mercato del lavoro che premia l'anzianità rispetto al merito, di un costo degli affitti molto alto, fino al disastro di un'università che non fornisce borse di studio adeguate per chi se le meriterebbe, né alloggi per i fuorisede sul modello del campus, né tantomeno garantisce a chi, pochi, arriva alla laurea, l'accesso al lavoro.
Il matrimonio, pur difficile da raggiungere in queste condizioni, resta un desiderio straordinariamente diffuso. Nel 2006, dice l'Istat, il 99 per cento della popolazione italiana vive in famiglia, e il numero delle famiglie è di 23.600.370. Il 90 per cento dei figli nasce dentro il matrimonio. Fra le coppie che hanno bambini, il 96,4 per cento sono sposate. Ai pubblici registri dei conviventi, istituiti da numerosi Comuni in Italia si sono iscritte finora 154 coppie. Da un'intervista a mille persone realizzata a Roma il 7 e l'8 febbraio di quest'anno dalla società Codres, risulta che alla richiesta di segnalare quali leggi ritenessero prioritarie per migliorare la qualità della vita, il 41 per cento ha risposto collocando in cima alla lista la correzione degli squilibri del sistema pensionistico, il 39 per cento ha sottolineato la necessità di norme che risolvano i problemi della sanità, un altro 39 per cento ha proposto di affrontare i problemi del lavoro precario, il 24 per cento di ridurre gli sprechi della pubblica amministrazione, e ancora il 24 per cento di promuovere una politica di sostegno alla famiglia. Solo per il 6 per cento degli intervistati la regolarizzazione dei Dico, tra le prime iniziative legislative del governo Prodi, anche se oggi finita in disgrazia, sarebbe prioritaria.
I cinque ragazzi de La Sposa perfetta che, dietro la spinta di madri terribili, possessive e volitive anche per conto dei figli, cercano fra dieci ragazze un'ipotetica moglie ideale, almeno televisiva, sono proprio così: vivono in casa, o in un piccolo appartamento ricavato all'interno della casa di famiglia, lavorano nell'azienda di famiglia, oppure lavoricchiano per proprio conto e guadagnano poco, ma non dovendo affrontare i costi di una vita indipendente, se la cavano lo stesso. Hanno di fronte delle coetanee un po' più ardimentose di loro, il genere che in questa fase storica è all'attacco, un po' le temono, e reagiscono o cercando un modello materno difficile da trovare, o ritirandosi come i russi da Napoleone, bruciando i campi e avvelenando i pozzi. Le ragazze meno determinate tendono a ridimensionare presto le proprie ambizioni. È vero infatti che il tasso di occupazione delle donne italiane sta crescendo un po' più rapidamente di quello degli uomini, ma lo squilibrio è ancora altissimo, uno dei più alti in Europa. L'occupazione femminile italiana è ancora ben lontana dall'obiettivo del 60 per cento, previsto dal Consiglio di Lisbona del 2000, per il 2010, stando a un discorso del presidente Napolitano l'8 marzo scorso. Le donne italiane fanno più fatica degli uomini ad avanzare in tutte le sfere di attività: imprese private, pubblica amministrazione, soprattutto in politica. Pure quel limitato gruppo di donne che supera la barriera guadagna meno degli uomini, anzi lo squilibrio salariale aumenta con l'avanzare nella carriera. Sposarsi, insomma, magari con un giovanotto di buona famiglia, e una suocera pronta a fare da supplente, è un approdo rassicurante, quando non anche una scelta elettiva. Più reality di così!
Fuori dal teleschermo, sta anche in questo la forza della famiglia. Io non ne sono entusiasta, ma almeno so come vanno le cose in Italia. Natalia Aspesi invece, il 12 maggio, manifestazione del Family day, rischia di soffocarsi con le brioches.
Maria Giovanna Maglie