I reduci della Russia ricordano il sacrificio dell’armata italiana

Sorta a livello nazionale nel 1946, l'U.N.I.R.R. (Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia), ha costituito nel 2005 a Savona la sezione regionale ligure, unificando la sede genovese a quella savonese, nata nel 1998. L'associazione, che quest'anno inaugura ad Albenga un cippo marmoreo in memoria dei 46 militari ingauni che non tornarono in Italia, molti dei quali furono dispersi e di cui s'ignorano le circostanze della morte e i luoghi di sepoltura, associa i reduci che presero parte alla Campagna di Russia del 1941, gli ex combattenti sopravvissuti ai campi di prigionia e i parenti dei caduti.
Il loro ricordo e la celebrazione del loro eroismo, spesso offuscati dalla storia che forse ha più esaltato la pur nobile lotta partigiana rispetto al dramma di quell’estremo sacrificio, sono gli obiettivi principali di questa associazione apolitica unitamente alla promozione di un rapporto d'amicizia e di solidarietà tra gli stessi reduci e i familiari di quanti furono sterminati dall'Armata Rossa.
In collaborazione con il ministero della Difesa, l'UNIRR, presieduta da Enrico Albertazzi e composta da oltre 100 iscritti, trenta dei quali reduci della campagna di Russia, ha svolto in passato anche un'intensa attività di ricerca di informazioni sui militari italiani dispersi in Russia. Sulla loro sorte, prima della caduta del muro di Berlino, non fu possibile indagare perché le autorità sovietiche erano consapevoli del giudizio storico-politico negativo che i governi e l'opinione pubblica internazionale avrebbero potuto esprimere su questa tragica pagina di storia. Dopo lo straordinario evento mondiale del 1989, l'associazione riuscì recuperare e a far rimpatriare molte salme, di cui una parte dei resti fu identificata. In tutta Italia ne fecero ritorno oltre 6.000, ma l'UNIRR si sta adoperando per far rimpatriare quelle che ancora giacciono nella steppa russa senza una lapide, nella nuda terra. Per ottenere questo risultato sono stati rivolti insistenti appelli a tutte le massime autorità italiane, ai presidenti dei veterani russi e anche al Vaticano.
Per comprendere che cosa accadde, dobbiamo fare un salto indietro in piena seconda guerra mondiale. Nel giugno 1941, Hitler, dopo aver sconfitto la Francia ed occupato una vasta zona del territorio europeo, decise l'invasione dell'Unione Sovietica per distruggere l'Armata Rossa e il regime comunista di Stalin. Dopo i primi successi dell'esercito tedesco, anche l'Italia, alleata della Germania, per volontà di Mussolini decise di partecipare all'impresa. Il corpo di spedizione, che prese il nome di CSIR, era totalmente impreparato ad affrontare quel tipo di guerra e, soprattutto, in quelle condizioni climatiche. Il primo arresto dell’offensiva si ebbe nel rigidissimo inverno successivo. Dopo l'iniziale conquista di alcuni importanti centri, gli italiani scatenarono un vigoroso attacco contro i russi, che però venne respinto, anche se con una perdita ingente di soldati. Pur con il parere contrario del generale Messe, che comandava l'esercito, Mussolini chiese il potenziamento del contingente per proseguire l'impresa e costituì l'AIRMIR, Armata Italiana in Russia, con una forza di 220.000 uomini. Fu l’inizio della fine. Dopo una prima grave sconfitta, che causò la morte di 1.100 militari ed il ferimento di altri 5.500, iniziò la celebre ritirata sul Don che comportò una perdita di 55.000 uomini tra caduti ed prigionieri. E altre ne seguirono in breve tempo.
Secondo i dati ottenuti dall'archivio russo che i ricercatori sono riusciti a consultare, 100.000 italiani non fecero ritorno in patria. Di questi, 25.000 morirono in combattimento e gli altri 75.000 durante la prigionia, nelle condizioni disumane dei lager di smistamento.
Su questa vicenda, il giornalista Arrigo Petacco ha scritto il libro «L' Armata scomparsa», (Mondatori Editore, 1998), nel quale afferma che molti comunisti italiani riparati in Russia furono eliminati perché non allineati alle posizioni di Stalin, mentre altri italiani ancora furono passati per le armi perché non riferissero quanto accaduto e non criticassero il modello sovietico. Tra i comunisti italiani ci fu anche chi, in passato, difese i crimini commessi in Russia.
Oggi l'UNIRR chiede che si accertino e si condannino, in senso storico, i responsabili della campagna di Russia , che «il Giorno della Memoria» sia esteso anche ai milioni di vittime del comunismo, specificando che il fascismo non fu il solo responsabile degli eccidi storici.