I segreti dell'amore (e di altre 98 parole)

La grecista Marcolongo racconta il vero significato di termini solo all'apparenza banali e quotidiani

«I n principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» si legge nel Vangelo di Giovanni. A maggior ragione la storia dell'uomo è sempre stata questione di parole. Dalle parole nascono guerra, pace, odio, amore. Senza parole viaggiare non ha significato ma neppure tornare o restare a casa. La nostra anima è fatta di parole, quelle pensate, pronunciate e ascoltate. Noi siamo cittadini innanzi tutto di una lingua o di più lingue, dal dialetto all'italiano. Capire le parole è dunque essenziale. Lo sanno il filologo e il filosofo. Il filologo depura la parola dalle scorie della banalità e della consunzione. Il filosofo si fa largo tra i «giochi linguistici» della comunicazione per ricomporre la nostra coscienza. E liberarci dal male dell'incomprensione.

Le parole pesano. Dire è un atto. Pensate a quando avete detto «sì» davanti all'altare, alle vostre nozze. Intorno alle parole girano le grandi questioni politiche e religiose. Nel mondo arabo il dibattito sulla riforma dell'islam assume un aspetto bizzarro per noi occidentali, abituati a dividerci su base ideologica. In Oriente, lo scontro tra riformisti e conservatori è una battaglia filologica sulle parole del Corano. Come vanno interpretate? Quale storia hanno? Cosa significano?

Anche in Occidente si lotta per avere il controllo politico delle parole e dunque del pensiero. Tu chiamalo se vuoi politicamente corretto. Ma sarebbe meglio chiamarlo ricerca dell'eufemismo che nasconde la realtà o del tabù linguistico che è già una prima, decisiva, forma di censura e dunque di soppressione del dibattito.

È sempre stata questione di parole. Nell'Italia frammentata del Rinascimento, la sfida più grande fu trovare una lingua scritta comune. I contendenti sul ring: nell'angolo a destra, Pietro Bembo, imitatore delle tre corone toscane, Petrarca, Boccaccio e molto in subordine Dante; nell'angolo a sinistra, una miriade di sostenitori della lingua cortigiana, nata dalla fusione delle lingue parlate nelle corti. Incontro all'apparenza impari ma vinto facilmente per KO tecnico dal Bembo, l'unico che avesse pensato alla praticità della soluzione. Come imparare il cortigiano, un bel sogno, ma inesistente? Da quali libri? In quale luogo?

Ecco, adesso veniamo al punto. In quello che avete letto fino a qui, ci sono forse un terzo delle novantanove etimologie scelte dalla filologa Andrea Marcolongo per svelare qualcosa di noi e del mondo in cui viviamo. L'autrice torna dunque Alla fonte delle parole (Mondadori) per scoprire se qualcosa si sia perso nella sciatteria del linguaggio corrente. L'etimologia risale alle radici delle parole, al loro primo significato, alla loro origine storica. Permette addirittura di provare l'esistenza di popoli che hanno tramandato solo la parte più importante di sé: le parole, appunto. Marcolongo: «Quasi in ogni pagina di questo libro ho menzionato gli indoeuropei e la loro protolingua, cosiddetta poiché ricostruita soltanto in assenza di tracce dirette. Questi popoli nomadi, che non lasciarono alcuna testimonianza scritta né archeologica, sono noti agli studiosi quasi esclusivamente grazie alle loro parole. Anzi grazie alle loro radici, che costituiscono la prova dell'esistenza, tra il IV e il III millennio a.C., di tante genti diverse accomunate da un'unica famiglia linguistica». Cosa c'è di più affascinante? Forse solo capire il vero senso delle parole che usiamo ogni giorno. A proposito, avrei dovuto scrivere il vero «significato». I popoli indoeuropei «ebbero il coraggio di coniare la radice per dire a parole il sentire. Sentire non tanto un muggito o un ruggito, non tanto le urla di un qualche barbaro invasore, bensì ciò che abbiamo dentro'. Questo si chiedevano gli indoeuropei, mentre cercavano di sopravvivere alla ricerca di bacche ed erba: come sto per davvero?'». Dopo il senso viene il significato: «Il sostantivo latino signum valeva insegna' o segnale'; da qui il verbo significare, composto di signum e di facere, far segno', indicare'». Il bisogno di capire il senso e di estrarne un significato attraverso la parola risale dunque alla notte dei tempi.

Qualche esempio veloce. Prima dalla parte bella della vita poi da quella brutta.

Amare: «è voce indoeuropea, da una radice *kam- che significava sia volere sia amare. (...) Ciò che separa amare da innamorarsi è giusto una piccola particella, quell'in- davanti. Sembra di poco conto, eppure vale tutto poiché non ci accorgiamo mai di quando ci stiamo innamorando, lo comprendiamo solo poi, quando è già amore, intenti a fissare lo schermo muto del cellulare come fosse l'oracolo di Delfi e pianificando sterminati, immaginari futuri, tutti anteriori». Ecco il senso preciso di innamorarsi: «viaggio, tensione verso l'altro e insieme permesso di entrare in noi».

Libertà: «Libertas in latino, eleuthería in greco, sono parole che risalgono a un'antichissima radice indoeuropea *leudhero-, ovvero colui che ha il diritto di appartenere a un popolo'».

Felicità: «L'aggettivo italiano felice, dal latino felix, deriva dalla stessa radice verbale indoeuropea *fe- di fecundus, che significa fertile, produttivo».

Passiamo a tre parole dal lato oscuro della luna.

Guerra: sorpresa. Nessuna ascendenza indoeuropea, greca, latina. Noi «diciamo guerra, parola attestata in italiano a partire dal XII secolo, sulla base dell'antica voce germanica *werra, che in origine indicava semplicemente la lite, la mischia esattamente la stessa baraonda emotiva che ci prende quando ci mettiamo a litigare con il vicino di casa, colpa mia o colpa tua per le cartacce lungo il vialetto in comune».

Melanconia: «dal greco melancholía, composto da (mélas), il buio, il nero (...) e cholé, bile». Noi però oggi diciamo malinconia, per attrazione dal lemma «male». Insomma, il buio dell'anima, avere i pensieri neri, durante il Medioevo diventa una colpa e non una malattia da curare, come ritenevano i greci (che avevano ragione, come appurerà la psichiatria).

Tabù: «Anno 1777, isola di Tonga, Polinesia. L'esploratore James Cook, più noto come Captain Cook, ascolta per la prima volta la parola locale taboo e la registra nel suo taccuino con il significato di inviolabile, proibito». Ogni epoca e ogni luogo hanno i loro tabù. Gli Inuit della Groenlandia non pronunciano il nome dei ghiacciai, anticamente ritenuti esseri viventi. Gli aborigeni d'Australia non citano mai un defunto per nome. Così evitano di evocarne il fantasma. In Cina, il nome dell'Imperatore non poteva essere neppure scritto. Nelle lingue germaniche e slave, l'orso è designato dal colore marrone. Questo significa in origine bear. Dare un nome all'animale, e utilizzarlo, potrebbe far sbucare il temibile avversario dalla foresta, all'improvviso. C'è anche una lezione politica in tutto questo? Certo, come sempre quando ci sono di mezzo le parole. Al di là delle idee personali, interessanti fino a un certo punto, possiamo dire con George Orwell che il caos politico è sempre connesso alla decadenza del linguaggio e che si potrebbe migliorare qualcosa a partire dalle parole. Scrive l'autore di 1984: «Il linguaggio politico e questo è vero, con varianti, per ogni parte politica, dai conservatori agli anarchici è elaborato per far sembrare vere le menzogne e rispettabile l'omicidio e per dare un sembiante di solidità al vento. Questo non si può cambiare in un momento ma si può almeno cambiare le proprie abitudini e di quando in quando si può perfino, purché si gridi abbastanza forte, gettare logore inutili frasi (...) nella pattumiera cui appartengono» (La politica e la lingua inglese, 1946). Insomma al fine di sostenere la chiusura dei porti si può (si deve) fare a meno di usare il triviale termine «crociera» per indicare gli immigrati sui barconi. D'altronde si può sostenere l'apertura dei porti senza attribuire la patente di razzista, fascista, xenofobo a chiunque voglia regolare i flussi. Etimologicamente queste parole hanno un altro significato.