I silenzi della Chiesa

Non m’interessa condensare in sessanta righe un pensiero sulla vita e sulla morte. Una sorta di ritegno personale mi porta a pensare che ogni convinzione su certi temi non sia che autobiografia, ciò che in qualche caso è bene preservare nel proprio intimo e risparmiare al prossimo. Circa il neo-dibattito sulla Legge 194 m’interessa quindi comprendere, in primo luogo, perché ne stiamo tanto parlando. Vorrei capire perché ci stiamo ritrovando in un dibattito che in buona parte è vecchio di trent’anni, e una prima risposta è ovvia: perché c’è stato l’11 settembre, la guerra, il confronto tra civiltà, le discussioni sulla Costituzione europea, sulle nostre radici, sul relativismo, c’è stato il referendum sulla procreazione assistita, c’è stato l’afflato spirituale seguito alla morte di Giovanni Paolo II, e nelle more di tutto questo c’è stata e c’è la tentazione di riappropriarsi di un pensiero forte che divenga fortilizio d’Occidente. È un bene? Può essere.
Una seconda risposta però è meno ovvia: se stiamo riparlando di tutto questo è anche perché, mimetizzato e ambiguo, sta parimenti rialzando il capo un neo-relativismo cattolico che approfittando della libera circolazione delle idee sta cercando di riproporne anche di vergognose, sta riesumando e riverniciando ideologie che si pensavano confinate nelle catacombe della Storia e dell’Occidente. Una di queste, scritta su giornali e sentita per radio assai diffuse, è che gli omosessuali sarebbero solamente dei malati e che l'omosessualità sarebbe una condizione patologica senza base genetica, una forma mentis. Una seconda è la riproposizione del creazionismo tra gli insegnamenti scolastici (un semplice credo religioso, come sancito dalla Corte suprema degli Stati Uniti) con la pretesa che l’evoluzionismo di Darwin, spacciato come un’indimostrata impostura, non venga più insegnato. Una terza, e siamo al punto, è la pretesa di bollare come assassina o corresponsabile di assassinio chiunque opti per l’interruzione di gravidanza prevista dalla Legge 194. Naturalmente qui si sta estremizzando, perché di tutto si può discutere e difatti si discute: non tutti coloro che vorrebbero ridiscutere la 194 celano fini oscurantisti o sono imparentati con certa destra religiosa di scuola americana.
Ma resto convinto che la maggioranza di essi lanci il dibattito e nasconda la mano, sicché oppongo quelli che ritengo essere dei punti fermi: 1) la Legge 194 ha quasi dimezzato gli aborti legali e quasi azzerato quelli illegali; 2) la maggioranza degli italiani anche di centrodestra, dati alla mano, ritiene che la 194 sia una buona legge; ricordo quando Maria Grazia Sestini di Forza Italia, antiabortista rigorosa, spiegava che la legge sull’aborto piace all’84 per cento degli italiani; 3) penso che la maggioranza di chi auspica una più corretta applicazione della 194, in cuor suo, vorrebbe abrogarla; 4) penso che la maggioranza di chi si dice disposto a ridiscutere l’applicazione della 194, e però nicchia, voglia che tutto resti com’è; 5) penso che su questo tema la maggioranza degli italiani non sia granché rappresentata, per dire, dal radicale Daniele Capezzone né dal senatore di An Riccardo Pedrizzi, benché binomi del genere risultino giornalisticamente utili; 6) penso che la maggioranza di chi si oppone alla pillola abortiva Ru486 sia contraria perché desidera che l’aborto resti una pratica traumatica, così da scoraggiarla; diffusa è peraltro la tendenza a confondere dolosamente tale pillola con quella del giorno dopo, che è tutt’altra cosa; 8) l’altissima percentuale dei medici obiettori di coscienza, senza ombra di dubbio, è tale per ragioni più di carriera che di coscienza; 9) quei volontari che fossero inseriti nei consultori (il Movimento per la Vita tra questi) farebbero un’opera più che lecita di dissuasione all’aborto ma non farebbero nessuna educazione alla contraccezione, tantomeno consigliando l’uso del preservativo: non l’hanno mai fatta. In ogni caso, una volta eventualmente inseriti in un meccanismo di applicazione di una legge dello Stato, andrebbero avvertiti che dovrebbero abbandonare certi toni e dunque cortesemente astenersi dal bollare l’operato della legge medesima (l’operato dello Stato) come quello di un assassino; 10) definire laicista chi non la pensi esattamente come la Cei resta poco bello, ma il problema è che oggi, soprattutto coll’avvicinarsi delle elezioni, ci sono almeno sei forze politiche disposte a sposare trasversalmente ogni parola che si rifaccia al magistero della Chiesa, quindi a corteggiarla con modalità che presuppongono non tanto un’invadenza della Chiesa quanto una competizione nel prostrarsi al suo cospetto: basti l’esempio, ieri l’altro, della leghista Francesca Martini che nell'annunciare una proposta di legge sui consultori ha detto che l’avrebbe inviata direttamente al presidente della Cei; 11) la Chiesa parla, ha sempre parlato e sempre parlerà: ci mancherebbe altro, ma l’impressione è che la sua sotto o sopra esposizione dipenda anche e soprattutto dallo spazio che i media le riservano.
Ciò detto, mi resta incomprensibile come tanti militanti cattolici facciano un gran baccano attorno a battaglie di retroguardia (la Legge 194 c’è e resterà) e però trascurino a dir poco l’avanguardia che la Chiesa può rappresentare e rappresenta. Ai propugnatori di un rinnovato orgoglio cattolico vorrei tanto chiedere se non ritengano d’esser rimasti un po’ troppo silenti, di recente, circa questioni sostanziali che pure riguardano la loro e nostra identità culturale: aver per esempio taciuto, quando si benediceva una Turchia europea, del negazionismo turco circa il genocidio dei cristiani armeni, e aver dunque taciuto, nel settembre scorso, riguardo allo schiaffo diplomatico che il governo di Ankara ha tirato al Papa nel negargli il permesso di poter visitare Costantinopoli per incontrare il patriarca ortodosso. Parliamo di un Paese che nega ai cattolici uno status giuridico al punto che non possono aprire seminari né far carriera nello Stato né circolare in tonaca: pena l'arresto.
Aver inoltre taciuto e seguitare in pratica a tacere, certi cattolici nostrani, della mancanza di libertà religiosa in Cina, Paese che seguita a negare l’apertura di una nunziatura apostolica a Pechino nonostante le celebrate aperture commerciali. Un Paese dove essere cattolici è proibito, pregare è proibito, e preti e monache li ammazzano, l'aborto viene praticato sino al nono mese (a calci, se necessario) e l'infanticidio della progenie femminile è praticamente una legge dello Stato. E però sul settimanale cattolico Tempi, allegato ieri a questo giornale, c’era un ampio reportage sulla Cina che era tanto compiaciuto da sembrare identico a quello scritto di recente da Giuseppe Severgnini (Corriere della Sera, stesso viaggio, stesso entusiasmo) con grandissima ammirazione per l'economia cinese e però zero spazio circa i diritti umani e la negata libertà religiosa. Tre pagine dopo, però, ecco una mega apertura sulla maledetta pillola Ru486: «Una kill-pill da Terzo mondo». Quel Terzo Mondo che dai cattolici, a dir il vero, attende ancor oggi autorizzazione morale all’uso del preservativo. Mentre tutto il resto, Cina a parte, è assassinio.