I vent’anni di egemonia culturale di una sinistra che ignora i meriti

(...) Occorre dunque ricostruire sopra le rovine, nella consapevolezza che l’opera di risanamento non sarà né facile né breve, comunque tale da non poter essere procrastinata ancora. Tre priorità, mi sembra, si impongono a coloro che si troveranno a gestire, in modo nuovo, le strutture culturali del Comune. Tre priorità che cercherò brevemente anch’io di elencare le rovine del nostro passato. Infine, dopo più di vent’anni di egemonia culturale di una sinistra occhiuta e onnipresente, sempre pronta a discriminare e reprimere ogni talento non ideologicamente corretto, largo finalmente al merito, alla creatività, all’estro, insofferente di tessere di partito e di imbracature gramsciane. In primo luogo, bisogna recuperare - e ce ne sono tanti, troppi, verrebbe da dire - i luoghi della cultura e della memoria storica, che attualmente sono degradati, abbandonati o minacciati di chiusura. Ne cito soltanto qualcuno a caso: la chiesa dei santi Cosimo e Damiano e il quartiere circostante; la cappella dell’Albergo dei Poveri; i parchi di Nervi, villa Pallavicini; piazza De Ferrari, piazza delle Erbe. Il restauro e il riassetto urbanistico dovranno mirare a riconsegnare al presente, in modo integrale, il messaggio del passato. Senza snaturarlo con sovrastrutture ideologiche o, peggio ancora, con quell’effimero, tanto caro all sinistra - vedi piazza De Ferrari - che spesso finisce nel trasformarsi in grottesco. In secondo luogo, largo spazio alle tradizioni popolari - dalle casacce ai presepi viventi, dalle confraternite alle feste del santo patrono, dalle bande musicali alla gastronomia, al dialetto e alla poesia vernacolare - strumento indispensabile per radicare la persona nell’area comunitaria di appartenenza. Proprio mentre i venti di un globalismo senz’anima e senza identità rischiano di spazzare via anche le ultime foglie secche che volteggiano tra partito e di imbracature gramsciane. Bisogna offrire a scrittori e poeti, ad artisti e uomini di teatro quegli strumenti per esprimere se stessi, che per troppi anni - e chi scrive ne ha esperienza diretta - sono stati loro negati. Solo così Genova, conclusa l’esperienza di Kabul del Mediterraneo, tornerà ad essere la grande città «divorante il mondo» di Ferdinad Braudel. Una città che divora il mondo per assimilarlo, per farlo proprio, per tradurlo in cultura e sangue, in vita e avventura. Com’è iscritto in un destino che ancora ha da essere esperito sino in fondo.