"I veri anti democratici? I nemici di Berlusconi"

Piero Ostellino denuncia un clima simile a quello che c'era all'inizio degli anni Venti: &quot;Pur di cacciarlo violano la Carta&quot;. <strong><a href="/sondaggio_1a.pic1?PID=179">I veri fascisti sono gli anti Cav? VOTA</a>
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«Non sono un berlusconiano, non l’ho mai votato e non lo voterò. Sono trent’anni che non voto, lo può anche scrivere. Io sono solo un vecchio liberale che non si identifica. E tanto meno vuole essere coinvolto nel canaio di questi ultimi mesi». Piero Ostellino è stato tra i primi a aderire alla manifestazione pro-Berlusconi di sabato prossimo al Teatro Dal Verme di Milano lanciata sul Foglio da Giuliano Ferrara per anticipare quella promossa per domenica dalle donne al grido «Se non ora quando?».

Si prepara un fine settimana infuocato, ma lei ha già scelto da che parte stare...
«Se, come leggo e sento dire, ogni mezzo è lecito per cacciare Berlusconi, per un liberale come me il problema non è difendere Berlusconi, ma la democrazia. La democrazia, ha detto Karl Popper, è il solo sistema dove si possono cacciare i governanti senza fare ricorso alla violenza. Per cambiare i governanti la nostra Costituzione prevede la sfiducia in Parlamento, il ricorso a elezioni anticipate e l’accusa di attentato alla Costituzione da istruire nei confronti dei governanti stessi. Dunque, se Berlusconi è un pericolo per la democrazia i mezzi per cacciarlo ci sono e sono democratici. Ma quando si dice che ogni mezzo sarebbe lecito, si è fuori dalla Costituzione. È stupefacente che coloro i quali si dichiarano democratici duri e puri siano pronti a contraddire la democrazia pur di far fuori Berlusconi. Alla sua difesa dalle accuse della magistratura provvederanno gli avvocati. Ma se si attenta alla democrazia penso sia un mio dovere di liberale intervenire».

Più che il puritanesimo di coloro che inalberano il primato della virtù, la turba la volontà di cacciare il premier con ogni mezzo?
«Mi turba l’idea che dei rivoluzionari integerrimi - a parole - pensino che il voto popolare non conti e che gli italiani che hanno votato centrodestra non sappiano qual è il loro bene, ma spetti a una minoranza vociante stabilire quale esso sia».

Analisi perfetta se non ci fossero ipotesi di reato, tutte da provare, e comportamenti discutibili.
«Non voglio neppure entrare nelle ipotesi accusatorie della magistratura. Di fronte alla prospettiva di cacciare con ogni mezzo un presidente del Consiglio eletto democraticamente direi le stesse cose anche se si trattasse di un capo di governo di centrosinistra. Ora di fronte a questa degenerazione dell’opposizione è venuto il momento di difendere le istituzioni, non le persone che le presiedono».

Ora però lo scontro è molto personalizzato...
«Suggerirei a tutti di ripassare un antico proverbio inglese: i gentiluomini parlano di principi, la servitù di persone. Sarebbe opportuno abbandonare lo schema berlusconiani e antiberlusconiani, e cominciare a parlare dei principi che riguardano la gestione delle istituzioni e i problemi del Paese. A riguardo conviene richiamare la Teoria dei distinti di Benedetto Croce in base alla quale i comportamenti del presidente del Consiglio riguardano la sfera della politica, mentre solo i comportamenti del capo del governo che violasse la Costituzione o le leggi ordinarie dovrebbero riguardare la sfera del diritto. Non facciamo confusioni - sempre rifacendoci a Croce - fra Etica, Politica, Diritto».

Tutti buoni motivi per vederla sabato «in mutande ma vivo», secondo lo slogan ferrariano...
«Certo, io parteciperò e non ho esitato un istante a dare il mio consenso all’iniziativa di Giuliano Ferrara. Penso che una manifestazione sui principi debba essere un segno forte che ogni spirito libero e indipendente debba dare al Paese. Per la stessa e opposta ragione non mi piace la manifestazione del giorno successivo in quanto trovo scandaloso che si usi la donna per ragioni politiche - abbattere l’attuale governo - dopo averne esaltato giustamente l’autonomia e l’indipendenza soggettive proclamando “il corpo è mio e lo gestisco io”».

Ricorda altri momenti in cui il Paese è stato così frontalmente spaccato?
«No, non lo ricordo. Ma ho certezza di questo: che se io allora avessi avuto l’età non avrei esitato ad armarmi, a salire in montagna e a combattere, anche a costo della vita, il nazifascismo. Sarà colpa mia, ma non avverto la stessa necessità di fronte alla denuncia di coloro i quali sostengono che oggi noi vivremmo in uno stato analogo di dittatura».

Dal Palasharp al Dal Verme, si fronteggiano libertari e azionisti, realisti e moralisti. Non c’è un clima da scontro finale?
«Credo che siamo ad una svolta. Anche se non nei termini drammatici di allora, questa situazione mi ricorda quella vissuta dall’Italia nel 1922. A seguito dei disordini che turbavano il Paese molti si illusero che rinunciando temporaneamente alle garanzie democratiche, il fascismo potesse rappresentare un fattore di stabilizzazione esauritosi il quale sarebbe stato possibile ripristinare lo Stato di diritto. Fu un errore. Anche nell’illusione che si tratti di una rinuncia temporanea, non c’è ragione che possa giustificare l’abdicazione allo Stato di diritto. L’Italia si tenne il Duce per vent’anni. Oggi, ancorché in assenza di un potenziale Mussolini, rischiamo di sfasciare le nostre istituzioni e di degradare la nostra Repubblica. Ha ragione il presidente Napolitano a raccomandare a tutti di abbassare i toni perché teme gli effetti che una contrapposizione così frontale può avere sulla stabilità del Paese».

Che cosa ne conclude: per il ruolo istituzionale che ricopre Berlusconi è immune da responsabilità?
«Se Berlusconi ha commesso dei reati spetterà alla pubblica accusa accertarli e al libero dibattimento nella sede di un tribunale pervenire ad una sentenza. Ma Berlusconi non è solo il Cavalier Silvio Berlusconi. È anche il capo del governo italiano, che ha il dovere di mantenere un comportamento consono innanzitutto al ruolo istituzionale che ricopre e in secondo luogo nei confronti di tutti gli italiani che rappresenta dal momento in cui è stato eletto. Una volta che si fosse concretamente provato che tale comportamento è stato non solo disinvolto ma disdicevole, il giudizio non potrebbe che essere estremamente severo. E si tratterebbe di un giudizio non solo morale ma anche politico, al quale anche coloro che lo hanno votato sarebbe bene si attenessero».