Ici per tutti? Allora anche la Chiesa...

Il Professore s’intrappola da solo: se ripristina l’imposta sugli immobili rischia di non esentare il Vaticano, suo sponsor

Gran fermento attorno all’Ici. Che sarebbe poi l’imposta comunale sugli immobili. Nel nome di Mario Monti l’opposizione si unisce e riunisce, tutti la vogliono, tutti la chiedono, dal Pd al terzo polo, si battono, scendono in corteo, sfilano davanti al neo premier incaricato, esibiscono la proposta in prima fila perché venga reintrodotta la tassa abolita dal diavolo Berlusconi che in verità era stata già rivista, corretta, limata, con l’aggiunta sottile di un avverbio, anche dal governo di Romano Prodi.

Ma la domanda sorge spontanea: il momento è di crisi vera, allora avranno anche il coraggio di chiedere alla Chiesa di passare alla cassa, con le sue proprietà, fabbricati, aree edificabili, terreni, agricoli e non? O trattasi di semplice propaganda elettorale montiana, di clamore parolaio tenendo le mani ben serrate nelle tasche, andate la messa in mora è finita? I promotori sono davvero sicuri che la reintroduzione della tassa dovrà coinvolgere l’Italia unita, intera o piuttosto soltanto i soliti noti saranno chiamati alla prestazione in denaro?

Premessa: qui non si parla della Chiesa come comunità religiosa, con tutti gli annessi e sofferenze e sacrifici, apostolati e missioni, bensì dell’Istituzione con il bagaglio appresso di privilegi, esenzioni e affini.

Lo so: gli immobili dati in affitto e le strutture alberghiere già versano il dovuto ai Comuni, ma il resto? Se è crisi deve essere crisi per tutti i cristiani e non soltanto, lo deve essere per le parrocchie, gli oratori, le sacrestie, i monasteri, lo deve essere per certi siti vasti di metratura, occupati da pochi religiosi e religiose, siti che, guarda un po’ l’emergenza, potrebbero anche ospitare indigenti, profughi, stranieri in attesa di permesso di soggiorno ma restano invece luoghi solitari e, in alcuni casi, riservati a un altro tipo di clientela a pagamento.

Ma questo è un altro discorso. Piuttosto se il momento è cruciale per il Paese, dunque per la comunità, non vedo perché qualcuno possa continuare a fare il furbo nascondendosi o proteggendosi dietro il crocifisso. Non c’entra la fede, di qualunque tipo, c’entrano i doveri dei cittadini, preti compresi. E si potrebbe anche allargare il discorso coinvolgendo l’8 per mille, non quello unico della Chiesa cattolica ma di tutte le altre istituzioni religiose (nell’elenco figurano Stato, valdesi, avventisti, assemblee di Dio, ebrei, luterani) anche se la Chiesa incassa il 90% del totale destinato dai cittadini e trattasi di imposta e non di contributo, come qualcuno vorrebbe sostenere.

Così come l’Ires, l’imposta sul reddito delle società, che gode di un abbattimento del 50%. Non trascuro nemmeno il fatto che i lavoratori, in siti italiani, di società con sede in Vaticano non pagano l’Irpef oppure che non sono previsti né dazio né imposta doganale sulle merci estere dirette in Vaticano. E gli enti ecclesiastici definiti, a priori, enti di beneficenza? E l’Unione europea non si sta forse occupando dei cosiddetti aiuti di Stato?
L’elenco di privilegi è sostanzioso e sconfortante, ed è, purtroppo previsto dalla legge, dunque votato. Si può correggere, si può intervenire. Si può, basta volerlo. Secondo studi e sondaggi l’effetto positivo porterebbe alle casse dello Stato, complessivamente, dai 700 ai 900 milioni di euro. Non un’elemosina. Ma una manovra.

Sarebbe un bel gesto, questo davvero benedetto, forse non da Bagnasco e da Maria Rosaria Bindi, se Monti Mario trovasse sostegno proprio dal fronte cattolico su un argomento così delicato, così popolare e non populista, così normale in un Paese che sta vivendo l’ora più difficile, così ci è stato detto, dal dopoguerra a oggi. L’ora dei sacrifici, l’ora della svolta prima dell’apocalisse.

«A chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica tu lascia anche il mantello». Non l’ha detto Tremonti. È parola dell’apostolo Matteo.