Ignazio Stern, l'austriaco che rese angelico il rococò

A lungo trascurato, questo pittore era maestro nel dipingere immagini di infinita morbidezza

Eravamo ragazzi, veramente, all'università di Bologna, studenti nell'aula di storia dell'arte che era stata di Roberto Longhi, freschi allievi di Francesco Arcangeli. Fra noi qualcuno sembrava più maturo o più esperto. Uno, in particolare, appariva anomalo, in quegli anni di tumulti, di passione e confusione, di esaltazione per il desiderio di cambiare il mondo (parlo del tempo fra 1970 e 1974): vestiva in giacca blu con i bottoni d'ordinanza d'oro, pantaloni grigi col risvolto, la cravatta stretta; distante da tutto, manifestava la sua estraneità al mondo della contestazione, rimpiangeva l'ordine. Si chiamava, e si chiama, Eugenio Busmanti. Il cognome, unico in Italia, richiama lo studioso locale Silvio, autore di un'utile guida su Ravenna. Originario di Lugo di Romagna, dove i suoi avevano le terre, benché nato a Bologna, Busmanti era in antichi rapporti con la mia famiglia, perché il padre era fornitore farmaceutico con una sede a Ferrara nel mitico corso Ercole d'Este, e mio padre farmacista a Ro, nel ferrarese. Benestante, ci accoglieva nella sua bella casa, animata dalla vivace e festosa madre, e allietata da quadri belli e rari.

Il più misterioso, attribuito a un bolognese, allievo di Guido Reni, Emilio Savonanzi, minore predestinato. Il più bello, e certo, un Ignazio Stern, pittore austriaco, lungamente, attivo in Italia, in quel tempo sconosciutissimo, ma, ad evidenza, non minore; raffinatissimo, dotato di idee e di mano felici. Da allora, colpito dalla qualità di quel dipinto, l'ho inseguito e spesso catturato, in una generale apatia critica, essenzialmente interrotta dalle attenzioni di un eccentrico studioso parmigiano, Giovanni Gori, e da una meticolosa dissertazione universitaria dello studioso tedesco Gunter Kowa, che circolava dattiloscritta negli anni Settanta. A noi, per primi, e prima che ai nostri stessi maestri, Arcangeli e il dimenticato, e acutissimo, Carlo Volpe, era chiara la grandezza di questo pittore, tra i maestri evidenti del rococò italiano (per lui facilmente tradotto dall'austriaco, come il suo cognome in Stella). E sublime esempio, eloquente, ne era la Flora Busmanti. Essa parlava e parla di un rapporto di forte intrinsichezza, più che da maestro ad allievo, con il grande forlivese Carlo Cignani; e propriamente di un'interpretazione, personale e sofisticatissima, del suo capolavoro: la Flora della Galleria estense di Modena. Più frivola e ammiccante la Flora Busmanti, rivela un pittore intriso di Arcadia, che trasferisce in salotto il mito del maestro, con una grazia ingenua e maliziosa insieme. Di questo mondo incantato, di questo giardino delle delizie, Stern è il custode esclusivo negli anni della sua felice maturità, a partire dal 1723/24 quando lascia la Romagna, dove era stato lungamente attivo (circa un decennio), in particolare a Lugo, da cui origina il Busmanti, singolare coincidenza. Nato a Mauerkirchen, nel 1679, Stern era arrivato in Italia, dopo un apprendistato in Baviera, verso il 1695 per formarsi nella affollata scuola del Cignani che lo spinge verso Roma e lo attrae verso la sua città, Forlì, dove è attivo per oltre quarant'anni.

Esecutore assai prolifico Stern si mosse tra la Romagna e Roma, dove soggiornò per due lunghi periodi (1701-13 e 1724-48). La fase meglio documentata della sua attività è quella centrale, dal 1714, quando - probabilmente appoggiato dal suo illustre maestro - stabilì in autonomia la sua bottega a Forlì. Dalla cittadina di Lugo di Romagna gli furono commissionati due importanti cicli pittorici, uno per l'oratorio di Sant'Onofrio (1718-19), l'altro per la chiesa del Pio Suffragio (1719-20), e due tele per la chiesa di San Giacomo. Altri suoi lavori si trovano a Forlì, Comacchio, Verrucchio e Imola. E anche nelle Marche, a Sarnano e Montefortino. A partire dal 1722 intrattenne fitti rapporti con vari committenti nel ducato di Parma e Piacenza, a partire dalla stessa corte farnesiana. In quelle terre si conservano ancora le sue migliori opere di tema sacro: la Deposizione (1722) nel Museo della Collegiata di Castell'Arquato, l'Annunciazione (1724), tutta grazia e delicatezza, in Santa Maria di Campagna a Piacenza, la Madonna e santi (1723 ca) nella chiesa dei Santi Gervasio e Protasio a Zibello e l'Immacolata con i santi Brunone, Tommaso d'Aquino e un donatore nella parrocchiale di Paradigna, firmata e datata 1723. In questo stesso anno si collocano probabilmente le splendide tele con le Stagioni dipinte per la nobile famiglia piacentina Arisi (tre presso le Staatliche Kunstsammlungen di Kassel, la quarta in una collezione privata tedesca), cui ben si approssima, per l'altissima qualità pittorica, proprio la Flora, restituitagli da Cirillo e Godi nel 1983 (che corressero un precedente riferimento al figlio Ludovico).

Stern elabora nella piena maturità un linguaggio maturato sui più alti modelli del classicismo emiliano - dal Correggio a Reni, cui risalì attraverso l'esempio di Cignani - e arricchito dall'esperienza delle raffinatezze rococò nella pittura di Luti, Trevisani e Michele Rocca, detto il Parmigianino, interpreti a Roma di un orientamenti stilistico alternativo a quello di Carlo Maratti e affine al gusto francese. Peculiari della maniera sterniana sono la stesura di morbidi impasti dai toni freddi e pastello, la delicata fusione tra luci e colori che determina un'atmosfera ovattata e la gestualità aggraziata e leziosa della figura, dal tipico incarnato perlaceo. La lezione altissima di Carlo Cignani è in lui sempre viva: lo rivela, ad esempio, la smagliante tela col Trionfo di Venere della Fondazione Cavallini Sgarbi, derivata dall'affresco realizzato dal maestro nel Palazzo del Giardino di Parma tra il 1678 e il 1679, su commissione del duca Ranuccio II Farnese (cui del resto si riferì anche il «collega» Marcantonio Franceschini).

Mirabili anche la Maddalena in estasi, la Natività, la pala con San Giovanni Nepomuceno, popolate di luminosi angeli. Di ogni realtà ultraterrena rappresentata e rappresentabile, Ignaz Stern predilige gli angeli.

Nessuno come lui, neanche il supremo Correggio, ne interpreta l'essenza concretata in una miscela di cera e di luce: immagini incorporee, evanescenti, di infinita morbidezza, percepibile con lo sguardo prima che con il tatto.

Ciò che è perfezione, statuaria e plastica, nel suo maestro Cignani, si fa pura essenza, sfidando la natura dei corpi (d'altra parte sono angeli), in Stern. Nessuno più di lui è lontano dalla realtà, nei cieli sereni di un paradiso incorruttibile. Se mai pittore, non per concetti ma per trasfigurazione della materia, toccò il sublime, questi è Stern.