Tra gli immigrati parigini: «Stufi d’essere emarginati»

Una donna francese di Clichy: «Ho imparato cos’è la discriminazione quando ho sposato un marocchino. Tutte le porte si sono chiuse»

nostro inviato a Parigi
È notte a Clichy-sous-bois, la cittadella più difficile alle porte di Parigi, quella da cui è partita la rivolta. Parcheggiamo l'auto vicino al Municipio e subito si avvicina un gruppo di ragazzi. La loro tenuta è identica a quella dei teppisti: jeans, scarpe da ginnastica, felpa con il cappuccio. Ti assale un dubbio: e se fossero malintenzionati? Ma poi alle loro spalle spuntano alcune mamme, tengono per mano i bambini e ti rilassi. Quella che affluisce, sempre più numerosa, è la gente normale di Clichy-sous-Bois, di ritorno da una manifestazione pubblica. Se vuoi capire che cosa sia la ghettizzazione di cui molto si è parlato in questi giorni e che è all'origine dei disordini, devi parlare con loro.
Attorno a te i volti sono quelli - neri, olivastri, caffelatte - degli immigrati di seconda o terza generazione, francesi a tutti gli effetti. Un solo viso è color panna, quello di Miriam, 35 anni, che infatti figlia di immigrati non è. La sua famiglia è gallica da sempre. «Dieci anni fa ho sposato un maghrebino e da allora so cos'è l'emarginazione - ci dice -. Prima, con il cognome da nubile, avevo tutte le porte aperte, ma da quando ho preso quello di mio marito si sono tutte richiuse. Cerchi un appartamento? Se sentono il nome arabo non te lo affittano. Vuoi un lavoro? Ti dicono: la richiamiamo, non li senti più». Una donna sui 45 anni si avvicina: «Siamo qui dall'inizio del Novecento, mio nonno ha combattuto la Prima guerra mondiale, ma ora sono avvilita: la carta d'identità francese non serve a niente, è carta straccia».
I giovani si stringono attorno: «Qui manca tutto: un centro sportivo, i giardinetti, un locale per giovani, un cinema. L'unico posto dove possiamo socializzare è la strada. Le sembra normale?» Alcuni descrivono i loro caseggiati: «A pianterreno e nelle cantine ci sono topi grossi come lepri, nelle scale non c'è la luce e bisogna scendere con la pila, l'altra settimana è mancata l'acqua per quattro giorni».
Racconti di rabbia e desolazione. In un contesto segnato dalla delinquenza spicciola, come spiega una pensionata di origine romena. «Qualche mese fa un'associazione ha organizzato dei corsi di informatica, ma ha dovuto subito interromperli: dopo due giorni i computer erano spariti. E lo stesso è avvenuto per le lezioni di cucito, hanno rubato le macchine...» Storie di ordinario squallore.
Ma il clima che si vive qui da dodici giorni è tutto fuorché ordinario. Per la stragrande maggioranza dei residenti è angosciante. La condanna delle violenze è quasi unanime, eppure molti affermano «di capirne le ragioni». «I teppisti usano lo strumento sbagliato - continua Miriam - ma tutti condividono le loro rivendicazioni: lavoro, meno discriminazioni, un dialogo con le autorità»; a condizione che a rappresentarla non sia Sarkozy. Da quando ha parlato indiscriminatamente di «feccia da ripulire con uno straccio», la gente lo odia e chiede che si dimetta. I volti si accendono, il linguaggio diventa crudo: «Via Sarkò!», urlano. E la polizia si dia una calmata: «Ci tratta come bestie» , giurano i ragazzini. Un adolescente nero ammicca: «Prima non ci ascoltavano, ma ora con tutto questo casino...». I suoi amici reagiscono: «Come fai a dire queste cose? La guerriglia ci sta rovinando la vita». Ma Yazid, un educatore cinquantenne indirettamente gli dà ragione: «Ora i casseur mi sfidano: otteniamo più risultati noi in una settimana che voi in dieci anni». Inutile ribattere che questi metodi sono inaccettabili in uno Stato moderno e che alla fine rischiano di innescare razzismo e nuove emarginazioni.
In disparte tre ragazzi sorridono compiaciuti. Li avvicino e rilancio: voi cosa ne pensate? «Bruciare le auto è normale», rispondono senza imbarazzo. «Tanto sono rubate o abbandonate...». È una bugia. Gli mostri gli articoli di giornale dove vengono riportate le testimonianze di padri di famiglia che passano la notte alla finestra, con a fianco il fucile da caccia per difendere l'auto. Ma loro fanno spallucce. Per un giustiziere di borgata questi son dettagli insignificanti. Un anziano si avvicina: «Certi giorni Clichy sembra Bagdad». Una madre, truccata e ben vestita, s'interroga: «Perché hanno distrutto la piscina? Perché mettono a fuoco le elementari frequentate dai loro fratellini?».
Nessuno qui sa dare una risposta, ma per i sociologi è tutto chiaro: molti di loro non riescono nemmeno a finire il ciclo dell'obbligo e anche chi riesce ad andare oltre la maturità non riesce a sfondare. «Mio figlio è laureato alla Sorbona - mi interrompe una signora - e sa qual è l'unico mestiere che ha trovato? Il fattorino delle pizze». A Clichy la disoccupazione giovanile tocca il 50%. E allora le loro gesta assumono una valenza simbolica e terrificante: se le scuole non servono a garantirti una vita migliore, tanto vale distruggerle con una tanica di benzina e un cerino.