Immigrati, Sud poco ospitale Il Veneto è la terra promessa

Il rapporto sull’integrazione di Caritas e Cnel promuove il Nord Est. Napoli è la meno accogliente

Manila Alfano

da Milano

Il Veneto è la terra promessa degli immigrati. È qui che chi cerca fortuna e lavoro in Italia sembra avere più possibilità. È difficile invece l’integrazione al Sud, la concorrenza sui lavori «poveri» si fa sentire di più. Il quarto rapporto sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia, stilato dalla Caritas-Migrantes, su incarico del Cnel, parla chiaro: al Nord gli immigrati hanno più mercato e quindi vivono meglio. «Questo non vuol dire che l’immigrato stia benissimo a Treviso o malissimo a Napoli», spiegano al Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.
Ci si trova di fronte ad un’Italia divisa in tre, con livelli ben diversi tra Nord, Centro e Sud, quanto a capacità di accoglienza, possibilità di integrazione e offerta di servizi. Una fascia «alta» nelle regioni del Nord-Est, comprese Marche ed Umbria, una fascia «media» che va dalla Liguria al Centro Italia fino alla Puglia e una fascia «bassa» che va dal Molise a tutto il Meridione. E in fondo, questo, è lo specchio del Paese.
Dal rapporto sembra emergere che qualità di vita vada generalmente di pari passo con una migliore integrazione. Una serie di indicatori economici e sociali definiscono il punteggio della classifica. Tra questi ci sono la lunga residenza, la scolarizzazione, il disagio abitativo, l’acquisizione della cittadinanza, il lavoro, la retribuzione, la disoccupazione. Quest’anno il primato assoluto per l’integrazione lo conquista il Veneto, sul podio anche Marche ed Emilia Romagna. Nessuna regione meridionale si trova ai primi dieci posti, dove invece si collocano sette regioni del Nord e tre del Centro. La prima regione del Sud è l’Abruzzo, all’undicesimo posto. A chiudere la classifica si trovano Calabria, Sicilia e Campania che ha raggiunto il punteggio più basso. Dal rapporto emerge che tra la prima e l’ultima regione, il distacco è notevole: una differenza di oltre mille punti. Se però gli ultimi dati vengono messi a confronto con quelli dell’anno scorso perdono terreno la Lombardia, che addirittura passa dal primo posto al sesto e il Lazio che perde cinque posti.
Treviso, in questo Nord Est confortevole, è la provincia più aperta alle esigenze multietniche. Napoli chiude anche in questo caso la classifica. Ma questi numeri, come tiene a precisare Franco Pittau, del Dossier immigrazione, «valutano la quantità, ossia la potenzialità del territorio, e non la qualità dell’integrazione, che è un fenomeno più complesso da descrivere, anche perché ogni contesto territoriale è ambivalente».
A favorire con successo l’integrazione nel Nord Est, secondo Daniele Marini, direttore della Fondazione Nord Est, sarebbe la struttura territoriale della regione, «i mille campanili e l’assenza di grandi centri urbani». Questo avrebbe infatti portato a favorire il rapporto tra le persone, il reciproco aiuto e a superare le differenze. Poi sono arrivate le imprese e le istituzioni pubbliche «in modo disomogeneo - avverte Marini - e senza una precisa strategia». Ma l’immigrazione è da intendere anche come risorsa. Il presidente del Cnel, Antonio Marzano, ha spiegato che in Italia c’è «bisogno di immigrazione perché la popolazione tende ad invecchiare e le imprese hanno bisogno di immigrati». A risolvere il problema demografico con i veneti a saldo zero tra i nati e morti sono quelli che vengono chiamati i «nuovi veneti», come ad esempio i cinesi che si trovano bene, fanno figli e si integrano. A Vicenza, ad esempio, è stato determinante per il settore produttivo della concia il lavoro di addetti africani, mentre in tutta la regione l’edilizia non è più attività di addetti locali ma è affidata a extracomunitari dell’Est Europa. «Secondo le nostre rilevazioni - avverte Marini - la manodopera immigrata sta superando le richieste del manifatturiero, tanto che si rivolge sempre più ai servizi, alla sanità, alla persona, all’alberghiero e al comparto delle pulizie avviandosi a una nuova trasformazione». L’integrazione è quindi possibile, ma - come sottolinea Marzano - chi viene deve rispettare il nostro modo di vivere e noi dobbiamo tollerare la loro cultura e le loro tradizioni.