Immorale guadagnare 6.400 volte il tuo operaio

«Il compenso del capo di una grande società non deve mai superare quello della media dei suoi dipendenti, moltiplicato per 20». Chi l’ha detto? Un pioniere della finanza quale John Pierpont Morgan, banchiere fondatore di JP Morgan, nei primi anni del ’900. E aveva ragione. Nell’Italia di Sergio Marchionne, cento anni dopo, la proporzione è saltata, visto che calcolando la paga dell’operaio Fiat, e conteggiando nel compenso dell’ad della Fiat anche le stock option, il reddito di Marchionne nel 2011 potrebbe toccare i 100 milioni: più di quello di suoi 6.400 operai. Sono 276.600 euro al giorno, domeniche comprese. Troppo. Per lui e per chiunque altro. Troppa differenza con il resto del mondo, indipendentemente dai meriti e dai risultati. Perché quella che poneva JP Morgan era la questione centrale: la proporzione. La differenza tra quanto guadagna il capo e l’ultimo dei suoi operai non può essere infinita. Ci vuole un limite. Per due motivi.
Il primo è filosofico, perché il reddito e la sua distribuzione, oltre a essere variabili legate a dinamiche economiche, per gli effetti che producono sulla società assumono anche un valore etico: c’è il rischio che un uomo finisca con il valere quanto guadagna. E dunque a imporre un sistema dei valori conseguente. Il secondo è legato al buon funzionamento dell’impresa e del mercato che la deve valutare, perché quando le retribuzioni dei top manager esplodono, il rischio è quello di creare distorsioni. È proprio così che negli ultimi vent’anni il sistema delle grandi corporate, prima in Usa poi in Europa, ha generato i «bramini della finanza». Una casta di manager autoreferenziale e super-stipendiata proprio attraverso il meccanismo, diventato perverso, dei bonus e delle stock option: automatismi per moltiplicare i redditi legandoli al raggiungimento di determinati parametri e obiettivi di bilancio, piuttosto che all’andamento dei titoli azionari. Tutte variabili che lo stesso manager può manipolare a suo vantaggio. Come i casi Enron e Parmalat hanno dimostrato in tempi non sospetti. In Italia un impiegato guadagna intorno ai 25mila euro lordi l’anno. Significa che il suo presidente (prendendo l’impiegato come media, nel privato, anche tra i molti operai e i pochi dirigenti dello stesso gruppo), secondo JP Morgan dovrebbe guadagnare al massimo 500mila euro. Un riferimento che trova - va detto - ampio riscontro in Italia. Ma trova pure le sue belle eccezioni. Basti ricordare come nessun grande banchiere, da Corrado Passera ad Alessandro Profumo, da Matteo Arpe ad Alberto Nagel (solo per citare qualche grande nome), nel periodo 2001-2007, cioè fino alla vigilia della crisi che ha poi ridotto del 50-60% la capitalizzazione delle loro banche, ha portato a casa meno di 30 milioni di euro. Ebbene: si tratta di eccessi, drogati dalla stagione della grande finanza mondiale. Lo dimostra anche il fatto che il fenomeno dei redditi milionari abbia subito un’accelerazione solo negli ultimi anni. Si pensi che negli Usa, nei primi anni Settanta, le remunerazioni dei primi 100 manager erano mediamente pari a 39 volte la media dei loro dipendenti. Mentre nel 2004 il multiplo ha superato, per la prima volta, quota mille.