Impossibile comunicare per i personaggi di Pinter

Irene Liconte

Una stanza zeppa di oggetti «inutili, inutilizzati, inutilizzabili»: è l'ambientazione de «Il custode» di Harold Pinter, Premio Nobel 2005, che debutta stasera alle 21.15 in piazzetta S. Agostino a Verezzi con la regia di Pierpaolo Sepe. Lo spettacolo, in prima nazionale, sarà replicato domani e venerdì.
La trama, intessuta dell'interiorità dei personaggi sempre in bilico tra lo svelarsi e il celarsi, è esile: Mick (Maximilian Nisi) e Aston (Paolo Sassanelli) sono fratelli, non vanno d'accordo ma vivono nella stessa stanza piena di cianfrusaglie. Una notte Aston torna a casa con Davies (Giacomo Rizzo), un vecchio barbone che ha sottratto da una rissa al bar, a cui offre ospitalità, cibo e vestiario. Davies cerca però di approfittare dei contrasti tra i fratelli per appropriarsi della stanza, di cui Aston gli ha proposto di diventare il custode. La situazione diventa sempre più tesa, finché il barbone viene allontanato dalla casa.
L'allestimento, con le scene di Francesco Ghisu, è occasione di incontro, scenico e artistico, di due attori di formazione drammatica, come sono Sassanelli e Nisi, con un caratterista napoletano come Rizzo, comico con formazione da avanspettacolo, ideale per il ruolo popolare che gli è stato assegnato.
Elemento centrale della poetica di Pinter è l'incomunicabilità: ecco quindi personaggi affetti da «disturbi della parola»: Aston è introverso e taciturno, Mick aggressivo e logorroico, Davies ambiguo e scaltro. Un confronto diretto tra i due fratelli non è pensabile e non avviene, mentre silenzi carichi di significato scandiscono l'azione. La storia pare senza evoluzione, il passaggio di Davies, che si trasforma da potenziale mediatore in sobillatore di incomprensioni e dei rancori, rimane apparentemente una parentesi senza esito. Ma la lettura di Pierpaolo Sepe scava a fondo in questa realtà pinteriana alienante e di difficile decifrazione: in scena viene portato (peraltro fedelmente al testo, che debuttò a Londra nell'aprile del 1960) uno spaccato degli anni '60, gli anni del boom economico, della nuova «età del ferro», con l'esplosione della produzione di beni di consumo: un simbolo su tutti, l'automobile. È, insomma, il trionfo del criterio del possesso come metro di valutazione dell'uomo, l'affermarsi della pressante e insaziabile necessità di accaparrare «cose», anche inutili, per costruirsi un'identità. Ecco quindi la scena gremita di oggetti di ferro accumulati alla rinfusa, alcuni addirittura rotti e inservibili, a cui Aston dedica le proprie cure. E la «stanza» pinteriana, il luogo claustrofobico in cui ci si rintana dal mondo esterno, è costituita da una struttura in ferro, quasi una gabbia: quella del consumismo e delle pesanti conseguenze sociali che si sono esasperate nella tanto declamata globalizzazione odierna. Lo stesso Davies viene raccattato dalla strada come un oggetto rotto da aggiustare e sistemare tra gli altri: ma un uomo non è un meccanismo da riassestare, il tentativo di Aston non può che fallire. Ed è un duplice fallimento, per chi forse cercava in Davies un surrogato della figura paterna: ecco che il titolo del testo si carica di simbolismo, ne traspare forse un appello, una richiesta di aiuto a sostegno della propria fragilità. Così risulta ancora più crudo il barlume di ricordo in cui Aston rievoca un passato al manicomio e l'elettroshock a cui è stato sottoposto: alla denuncia sociale si somma la ricerca del «luogo del delitto». E sotto accusa è il nucleo familiare, la madre che ha tradito il figlio autorizzando la crudele terapia.
Ecco il genio di Pinter: una sola battuta per dare una lucida e spietata lettura di una società sempre più disumana.