Imprese e politica: le tentazioni di Montezemolo

Ha sfiorato i temi dell’impresa per buttarsi a capofitto nel magma della politica. È bastato questo per far balenare a più di uno smaliziato osservatore l’idea che Luca Cordero di Montezemolo stia accarezzando il sogno di un impegno diretto nel Palazzo. L’esortazione a destra e sinistra di «levare (...)

(...) la testa dalle urne» ha fatto mormorare a qualcuno che «forse è lui che pensa all’urna». Il Riformista azzarda che ci vorranno «due legislature per Luca leader», ma la vox populi di Confindustria è che il capo non ci pensa a candidarsi. Il tam tam sotterraneo invece prevede che «il suo ruolo naturale sarà quello di regista, di king maker di una nuova stagione politica». Non fare, ma condizionare la politica. Certamente il suo discorso ha lasciato il segno per l’assenza di una visione di politica industriale e la presenza di una vis polemica con le istituzioni senza precedenti: schiaffi a destra e sinistra, attacchi a Bankitalia, passaggi al vetriolo su Sviluppo Italia e il Ricucci dai «capitali misteriosi». Troppo, anche per un signore che possiede un fondo di charme.
Il Cordero di Montezemolo che parla di politica ispira letture multiple e alleanze geneticamente modificate. La sintonia con la sinistra di Fassino e Prodi è manifesta (senza però trascurare Rutelli, con il quale ieri ha aperto i lavori del seminario economico della Margherita), l’adesione all’europeismo d’ordinanza pure, e per questo è naturale che sia lui più di altri a specchiarsi nel Quirinale e duettare con il presidente Carlo Azeglio Ciampi sul tema della «testa nell’urna». Coincidenze. Non è un caso invece che il presidente di Confindustria guardi a Ciampi come al suo modello e che nei sondaggi sul gradimento degli italiani i due siano appaiati. Parola di Nicola Piepoli: «Montezemolo sarebbe un candidato molto valido. In termini di fiducia è al secondo posto, dopo il presidente Ciampi. È gradito sia a destra che a sinistra, i due sono figure gemelle con Montezemolo leggermente più gradito a destra. Il loro indicatore di fiducia? Oltre 60 per cento del gradimento». Piepoli in passato ha fornito a Montezemolo una serie di sondaggi ad hoc su popolarità e fiducia, conosce bene il mercato della politica ma secondo lui «il presidente di Confindustria alla fine non scenderà in campo». Resta la tentazione di condizionare la politica. È così che i «suggerimenti» sono diventati un j’accuse che nelle intenzioni doveva essere ancor più duro. Nel tradizionale incontro tra gli industriali in foresteria, prima dell’assemblea, Montezemolo ha usato toni apocalittici. «Voleva volare alto e non occuparsi dei problemi giornalieri» dicono in viale dell’Astronomia. Glissando sui problemi dell’industria il presidente ha aperto un fronte che ha sorpreso tutti e un po’ di più Gianfranco Fini. I due durante la festa della polizia parlavano insieme fitto fitto, ma il ministro degli Esteri non ha gradito il Luca externator perché sta sperimentando sulla sua pelle il sottodimensionamento delle imprese italiane nel mondo. Dissonanza e assonanza. Quest’ultima Montezemolo l’ha cercata durante il suo discorso nello sguardo di Pier Ferdinando Casini. Il presidente della Camera l’ha ricambiato con un plauso e una punzecchiatura («manca l’autocritica»). Da destra Gianni Alemanno ha applaudito. E con lui Domenico Siniscalco, ministro tecnico a intermittenza. Ma se il primo da sempre fa il battitore libero, il secondo ha attirato le ire di chi ne ha colto «l’intelligenza con il nemico». Subito dopo la relazione in assemblea, Montezemolo, Siniscalco e il direttore generale di Confindustria Maurizio Beretta si sono incontrati. Si sono parlati. A giudicare dagli elogi si sono piaciuti. La tela di Montezemolo è tessuta finemente. In viale dell’Astronomia orbita con il dg Maurizio Beretta e il vice Luigi Mastrobuono (migrato dalla Fiera di Bologna a Roma). Innocenzo Cipolletta e Emma Marcegaglia gli dispensano consigli sulle nuove relazioni industriali. Si dice che nei suoi discorsi ci sia la manina da ghost writer di Edmondo Berselli, penna di Repubblica. «La manina è più di una» assicurano i bene informati. Con il gruppo di Carlo De Benedetti i rapporti sono intensi. Il milieu culturale aiuta. L’amministratore delegato Marco Benedetto e il direttore Ezio Mauro danno del tu a Montezemolo. L’Ingegnere lo guarda con affetto e lui ricambia con l’ironia. Aneddoti. Poco tempo fa, durante la giunta di Confindustria, De Benedetti si alza e fa per andarsene. Montezemolo lo ferma: «Ingegnere, non se ne vada, non ho ancora finito». Sorrisi. E appoggio presente e futuro.
Finora in Confindustria le voci di dissenso sono state sopite, attutite, smorzate. «Montezemolo è molto abile nella comunicazione. La standing ovation dell’auditorium ne è stata la prova. È stato un maestro nel portare dalla sua parte la platea, ma è vero che nel nord qualcosa si sta muovendo», racconta un industriale. Outsider cercasi. E forse c’è già: si chiama Giorgio Squinzi, è presidente di Federchimica e per molti è il faro di una visione non Fiat-centrica di Confindustria. Squinzi è il patron della Mapei, un’impresa che andrebbe studiata come una case-history alla Harvard Business School: da piccola impresa alla periferia di Milano a multinazionale leader al mondo nel settore degli adesivi e prodotti chimici per l'edilizia. Non è un caso che a Squinzi guardino anche i liberali della Cdl come a un raro esempio di innovazione e tradizione. Il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, ne è entusiasta: «Occorre guardare al meraviglioso modello offerto dal presidente di Federchimica Squinzi. Al suo modo di internazionalizzare irrobustendo le imprese nel Paese». Ombre. Montezemolo vola in elicottero da un capo all’altro dell’Italia e pensa alle sue tentazioni. L’industria, la politica, la Ferrari, la Fiat... Sabato prossimo, il 4 giugno, atterrerà a Santa FMargherita Ligure per parlare di «Generazione, sviluppo, imprese familiari: crisi mutazioni e futuro di un modello di successo». C’è chi azzarda: «Con quel tema.... il suo sarà un discorso autobiografico».