Incidente in Francia L’unica in allarme è la sinistra italiana

Sulle testate parigine e tedesche nessun titolo angosciante e toni pacati. Da noi invece i giornali sfoderano la retorica ecologista

Dici nucleare e la sinistra pensa a Chernobyl, come se quell’incidente nucleare fosse accaduto ieri e in Italia, mentre risale al 1986 - ben 22 anni fa - e in un’Unione Sovietica in rapido declino morale e tecnologico. Ieri, certi giornali, come Repubblica, hanno narrato il mini incidente nell’impianto francese di Tricastin con titoli del tipo: «Cento operai contaminati, paura nucleare in Francia» o «Impianti vecchi, scorie, terrorismo. I francesi sono seduti su una bomba». Ansia, paura, angoscia. L’obiettivo è quello di sempre: alimentare le psicosi collettive, attizzando il timore di una minaccia impalpabile, remotissima eppure ben presente nella memoria della gente, proprio grazie a Chernobyl.
Vien da pensare: se in Italia l’allarme è tale, chissà in Francia, che di centrali ne ha ben 59. Consulti i siti di Le Monde e di Libération, le due testate più prestigiose della gauche transalpina, e scopri che i toni sono bassi. Titoli anodini, spesso nemmeno in prima pagina, mentre i forum lanciati sull’argomento non infiammano gli animi degli internauti che lasciano pochi commenti e per la maggior parte pacati.
La Francia, evidentemente, non è l’Urss. E nemmeno l’Italia. Se le autorità dicono che il grado di pericolosità è zero, la gente ci crede, nonostante ci siano stati tre incidenti nel giro di poche settimane. Prevale l’esperienza: le centrali esistono da una cinquantina d’anni e non hanno mai dato problemi. Scatta l’istinto della potenza che ragiona in termini strategici: con il petrolio alle stelle poter contare sul nucleare è una benedizione e non è un caso che il governo negli ultimi due anni abbia dato il via libera alla costruzione di altre due centrali. Parigi produce autonomamente l’80% dell’energia elettrica, al contrario del nostro Paese che è costretto a importare l’85% del fabbisogno energetico nazionale.
Anche loro hanno dei movimenti verdi e una sinistra multicolore, ma il Partito d’opposizione che conta, quello socialista, non cavalca certo la battaglia sul nucleare, che sarebbe impopolare; come peraltro lo è in Germania. Qui l’inversione è spettacolare, se si considera che nel 2000 la coalizione rosso-verde di Schröder decise di rinunciare al nucleare entro il 2021. I sondaggi allora erano impietosi: la maggioranza dei tedeschi approvava. Ora tutto è cambiato: la cancelliera Merkel chiede che il processo di smantellamento delle 17 centrali nazionali venga rivisto, mentre il Partito socialdemocratico è spaccato in due fazioni e persino tra i verdi si registrano clamorose defezioni.
Il ragionamento dei fautori dell’atomo è concreto e lungimirante: una nazione industriale deve poter produrre autonomamente una parte sufficiente della propria energia elettrica. E siccome le fonti alternative non rappresentano una soluzione credibile, non resta che il nucleare. Per ridurre l’impatto dei prezzi folli del petrolio e del gas, per non essere ricattabili da Paesi come la Russia o quelli arabi. Non si nega l’importanza della questione delle scorie e nessun governo sostiene che occorra puntare solo sull’energia atomica. La parola d’ordine è diversificare, con pragmatismo e buon senso. In tutta Europa e, per una volta, anche in Italia, come ha spiegato ieri per l’ennesima volta il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola. Il nostro mix prevede: petrolio, gas, carbone, energie rinnovabili e un po’ di nucleare. Di ultima generazione, il più sicuro.
Un po’, solo un po’. Ma alla sinistra italiana non va. Nucleare? Orrore. Il mondo cambia, ma loro, su questo tema non cambiano mai. Immaturi e, forse, in malafede. Non hanno a cuore solo l’incolumità dei cittadini, ma anche gli interessi delle lobby verdi, di quel grande business che cresce in nome della causa ecologista. E poi: vuoi mettere il brivido di battersi per una grande causa, collettiva e giusta? Come un tempo, pensando di essere dalla parte del Bene contro il Male. È nel loro Dna: hanno bisogno di un Mito per dare un senso al proprio impegno politico. Quello di Chernobyl è l’unico che resiste al tempo. Ed è esistenziale, angosciante, catastrofista; perfetto per loro.
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