Inquinamento al Polo, gli orsi diventano ermafroditi

Un esemplare femmina su 50 ha anche gli organi maschili: sotto accusa gli additivi che, trasportati dal vento, raggiungono l’Artico

da New York

I prodotti chimici utilizzati in Europa e in America non contaminano soltanto l’acqua e l’aria dei dintorni ma, trasportati dal vento, finiscono anche nelle località artiche e qui possono provocare preoccupanti alterazioni nelle specie: l’ultima denuncia, pubblicata sulla rivista «Environmental Science and Technology», riguarda l’esistenza di orsi polari ermafroditi, il cui numero sta aumentando pericolosamente. Può sembrare uno scherzo, ma non è così, anzi, per gli orsi si tratta di una «doppia condizione» che rischia di risultare estremamente dannosa per la loro stessa esistenza. Oltre alle disfunzioni sessuali, infatti, gli animali presentano anche gravi problemi a livello cerebrale e gli scienziati hanno quindi lanciato l’allarme.
La prova di quanto quanto l’inquinamento atmosferico e l’avvelenamento chimico siano pericolosi per la vita degli orsi polari è stata ottenuta da un gruppo di esperti internazionali, provenienti dal Canada, dall’Alaska, dalla Danimarca e dalla Norvegia: sotto accusa alcuni additivi, come il Pbdes (polybrominated diphenyls), che hanno fatto aumentare il numero degli orsi polari ermafroditi tanto che, ormai, nella regione almeno un orso femmina su 50 ha sia l’organo sessuale maschile sia quello femminile. Secondo gli scienziati, un incremento così massiccio sarebbe da collegare direttamente agli effetti dell’inquinamento.
«Il polo artico è divenuto uno scarico per i rifiuti chimici» ha dichiarato Colin Butfield del Wwf al quotidiano britannico The Independent: lo stesso Butfield lo scorso mese aveva indicato negli additivi chimici la causa della morte di numerose balene nel mare Artico. «I prodotti chimici che tutti i giorni usiamo nelle nostre case hanno contaminato la vita naturale dell’Artico», ha spiegato.
I prodotti inquinanti non rimangono infatti soltanto nell’aria e nell’acqua delle zone dove vengono utilizzati, ma sono trasportati fino ai territori dell’Artico dal vento: una volta arrivati sulle terre Artiche, questi additivi aumentano il livello di inquinamento che, a sua volta, crea scompensi in tutti gli esseri viventi: gli additivi si depositano nel mare e vengono assorbiti dal plancton, il principale cibo dei pesci che, a loro volta, costituiscono le prede principali dei mammiferi marini come le foche che a loro volta sono mangiate dagli orsi polari. È quindi attraverso il lungo ciclo della catena alimentare, passo dopo passo, che gli additivi arrivano agli orsi, contaminando il delicato equilibrio del loro organismo al punto da modificarlo.
Gli studiosi hanno eseguito i loro test su 139 orsi polari, catturati in dieci diverse località della regione artica: in alcune zone il loro numero è già diminuito enormemente, come nella baia di Hudson, in Canada, dove si è passati dagli oltre mille esemplari del 1995 ai 950 del 2004.
Gli studiosi sono preoccupati soprattutto dalla possibilità che la popolazione degli orsi polari possa estinguersi, già entro la fine del secolo: il persistere delle disfunzioni sessuali, unite a un elevato livello di inquinamento, potrebbero infatti essere letali per la loro sopravvivenza. Alla presenza degli agenti chimici bisogna anche aggiungere l’aumento della temperatura, che rende sempre più esigua la porzione di territorio dove gli orsi possono vivere, come è già successo nella baia di Hudson.