Integrazione, Fini: "Conquista alla Balotelli"

Il presidente della Camera: "Il Paese deve tracciare una via innovativa". Modello: il calciatore ghanese dell'Under 21. "Fondamentale condividere valori e obiettivi comuni". I primi passi? "Uguaglianza dei diritti e lotta allo sfruttamento"

Roma - Punto di partenza: l’integrazione è «una conquista, non una menomazione». In linea, per capirci, con la «generazione Balotelli». Un esempio da seguire, quello portato avanti dall’attaccante dell’Inter, «ghanese d’origine, nero come la pece», inseritosi pienamente nella nostra società. Tanto da vestire, ricorda Gianfranco Fini, anche la maglia dell’Under 21. Detto questo, l’Italia deve porsi l’obiettivo di tracciare una via innovativa, anticipatrice. Che si ottiene combattendo la tendenza all’isolamento, da parte delle minoranze di stranieri, così come impedendo il prodursi di razzismo e xenofobia. Fenomeni che da noi «tendono purtroppo ad aumentare per effetto di paura, ignoranza, degrado». Il presidente della Camera espone a chiare lettere la «ricetta» per bandire ogni discriminazione e puntare invece alla «realizzazione dell’uguaglianza dei diritti umani». Non a caso, in modo «papale papale» riconosce: verso i datori di lavoro c’è stata un po’ di «accondiscendenza», visto che «a volte sono degli autentici sfruttatori».

«Donne del Mediterraneo, l’integrazione possibile». Fini prende spunto dal dibattito lanciato ad un convegno di FareFuturo, fondazione che presiede, per intervenire ancora una volta su un tema così delicato. «Il nostro obiettivo - spiega - deve essere quello di definire una via italiana all’integrazione, che sia innovativa ed anticipatrice. Un modello che ben si inserisca nel quadro dei valori sanciti dall’Unione europea». Una sfida, per l’Italia del XXI secolo. Una scommessa impegnativa: «La conquista, da parte nostra, di una identità nazionale nuova, che sia evoluta ed aperta». Per questo, bisogna far leva pure su quell’«identità mediterranea» che dà al nostro Paese un patrimonio privilegiato di «universalità di valori».
Secondo Fini, ad ogni modo, «l’integrazione non implica soltanto la coesistenza di diversi gruppi sotto la stessa legge». Tra l’altro, «l’eliminazione di ogni discriminazione e la realizzazione dell’uguaglianza dei diritti è il primo passo. Il secondo, invece, deve essere quello della condivisione di valori ed obiettivi comuni». Insomma, «una conquista anche per chi si integra». Lo testimonia un «esempio» eccellente: ovvero, la «generazione Balotelli». Perché ciò avvenga, prosegue, è necessario conoscere ma anche «evitare stereotipi e rappresentazioni obsolete». E, con riferimento al rapporto tra sessi, rimarca che «il valore dell’uguaglianza, per dirsi effettivamente rispettato, deve essere interiorizzato prima ancora che formalmente onorato».

Il presidente della Camera si sofferma a lungo sulla «missione» che il nostro Paese è chiamato a svolgere. E prendendo la parola a palazzo Marini, al convegno organizzato per presentare la ricerca elaborata da FareFuturo, auspica «un’Italia dinamica ed evolutiva, orgogliosa delle proprie tradizioni ma non ripiegata su un’identità chiusa». Un’Italia che sia insomma «anche consapevole della propria missione nel mondo». E quindi, «pronta a condividere con la comunità internazionale la responsabilità di garantire le condizioni della pace e della cooperazione tra i popoli».

A tal proposito, Fini invoca «la tutela dei diritti umani, unita alla lotta allo sfruttamento ed al lavoro nero». E ne approfitta per denunciare: «Forse c’è stata troppa condiscendenza verso alcuni datori di lavoro che, in determinati casi, si sono rivelati come autentici sfruttatori». Il ragionamento è questo: «Così come è immorale e illegale sfruttare un connazionale, allo stesso modo lo è sfruttare una persona che arriva nel nostro Paese per bisogno». Per la terza carica dello Stato, inoltre, l’analisi del fenomeno migratorio «non può basarsi su parametri validi ancora 10 o anche 5 anni fa», perché esso è sottoposto ad una «evoluzione continua». E guai a perdere di vista l’importanza dei ricongiungimenti familiari. Non a caso, Fini ricorda le analogie con «milioni di famiglie italiane» che, nel secolo scorso, «hanno visto il padre allontanarsi per cercare un lavoro, finché non arrivava la sospirata telefonata dalla Germania piuttosto che dal Sudamerica». In definitiva, avverte, «l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la nostra paura».