Intercettazioni, un rito tribale

Il rito tribal-giudiziario delle intercettazioni a pioggia continua a esigere, e a ottenere, i suoi sacrifici umani. Libbre di carne, vite più o meno pubbliche da immettere in uno spaventoso meccanismo di triturazione che fornisce subito ai fanatici della giustizia-lampo i bersagli sui quali esercitare la propria indignazione. La caratteristica del gioco barbaro delle intercettazioni è proprio questa: si parte dalla condanna mediaticamente garantita dei personaggi tirati in ballo, l’accertamento seguirà e anche se i fatti e le inchieste daranno ragione a chi è esposto alla gogna, la condanna resterà. Il numero delle vittime cresce a dismisura. Ci sono quelle immolate anche per conversazioni penalmente irrilevanti, ma cresce il numero dei perfetti estranei ai fatti che tuttavia vengono travolti da illazioni, distorsioni di nomi e circostanze, errori di trascrizione e slanci non disinteressati degli addetti all’informazione. Prendete il caso di Barbara Palombelli, tirata in ballo senza motivo per un festival del teatro a Napoli, del quale non si è mai occupata. Lei ha risposto indignata, ricordando che a occuparsi di quel festival era stata nel 2007 Laura Carlotto, signora della nomenclatura rossa, coniugata Reichlin. Scambio di lettere, precisazioni puntigliose, poi dichiarazione del direttore amministrativo del festival medesimo, Luigi Mattucci, il quale spiega che la manifestazione non aveva e non poteva avere nessun valore nell’affare Romeo. E allora il tiro alle signore che vale e a che serve?
Il gioco al massacro continua. Sempre nelle intercettazioni relative al caso Romeo, salta fuori il nome di Roberto Morassut, ex assessore all’Urbanistica del comune di Roma e attuale segretario del Pd nel Lazio. Un controllo successivo di Morassut dimostra che in realtà Romeo non scambiava telefonate con l’ex assessore ma con tale Roberto Mostaccio. I condotti delle orecchie marescialle che ci carpiscono sfoghi e segreti non sempre funzionano bene, così come non sempre sono attendibili le intuizioni dei giornalisti che provano a interpretare. L’ex senatore Polito qualche giorno fa è stato indicato sui giornali come interlocutore di un indagato: la sua identificazione è stata motivata col fatto che l’inquisito parlava con un certo “Nino”, anche se tutti sanno che il direttore del Riformista si chiama Antonio e non è stato mai indicato con diminutivi. Sempre nel fascicolo Romeo si fa riferimento a una certa “Zillotta”; pare si tratti di Linda Lanzillotta, anche se dalle trascrizioni delle conversazioni non si capisce di che cosa si debba occupare e perché. Andiamo a tentoni nel buio dei sospetti generalizzati e pertanto ingiusti, condizionati da pesanti accenti regionali (gli intercettati non fanno corsi di dizione), da approssimazioni e premonizioni interessate. L’arte di decifrare i nastri ha la stessa validità scientifica del mestiere di quegli àuguri che intuivano i voleri del fato dal volo degli uccelli.