L'eterno derby italiano: pastasciutta contro caffè

La disputa tra Guido Barilla e Luigi Zecchini (Istituto nazionale espresso) riaccende il dibattito. Ma il popolo del Belpaese non vuole rinunciare a nulla

Ma noi italiani siamo più per la pasta o per il caffè? Messo così, il quesito è ovviamente irrisolvibile. Come se ci si chiedesse se dalla classica torre saremmo più propensi a gettare un fratello o una sorella, o come se ci si proponesse, così a freddo e senza motivo, di liberarci di una necessaria, innocua dipendenza. Così irrinunciabili, la pasta e il caffè, che non si capisce proprio la querelle che ha ultimamente visto opporsi Guido Barilla, patron della rinomata azienda alimentare secondo cui dove c'è Barilla c'è casa e Luigi Zecchini, presidente dell'Istituto Nazionale Espresso Italiano.
Ospite di Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa di domenica scorsa, Barilla ha sostenuto che un caffè costa quanto cinque piatti di pasta; sollevando con ciò l'ira di Zecchini e dei caffettieri italiani i quali hanno opinato che si stavano confrontando in modo inopportuno due prodotti distribuiti su canali diversi: il caffè al bar, col suo corredo di affitto del locale, bollette, personale, e la pasta acquistata al super e consumata a casa.
Disputa destinata a finire in niente, come ognuno capisce, quantomeno vista dalla sponda dei consumatori, per i quali i due argomenti sono tabù. Nel senso che è sacrilegio anche solo metterli in discussione.
Dicono le statistiche che gli italiani mangiano circa 26 chili di pasta all'anno, più o meno 4 volte la media di francesi e tedeschi. Ma più dei numeri soccorre la letteratura, il cinema, il costume. Maccheroni e «raviuoli» fanno già la loro bella figura nel Decamerone di Boccaccio, e arrivano ai giorni nostri passando per il grande cinema di Totò (Miseria e nobiltà) Alberto Sordi (Un americano a Roma) Gassman-Totò (I soliti ignoti). Per non dire della musica, che vede in Gioacchino Rossini un grande «pastaro». Così «dipendente» dai fusilli e dagli spaghetti di Gragnano era questo «pianista di terza classe ma primo gastronomo dell'universo», secondo la sua definizione, da farsi spedire ziti e maccheroni direttamente da Napoli.
L'unica volta in cui gli spaghetti sono stati messi in discussione (ma poi si vide che era una polemica di cartone) fu nel 1930, quando Filippo Tommaso Marinetti, nel Manifesto della cucina futurista auspicò una vera e propria crociata contro gli spaghetti, accusando la pasta di uccidere l'animo nobile dei napoletani. Incoraggiato da Benito Mussolini, che era il vero ispiratore della polemica, ne propone addirittura l'abolizione sostenendo che l'abolizione della pasta avrebbe liberato l'Italia dal costoso grano straniero e favorito l'industria italiana del riso.
Come finì? Finì con una bella fotografia di Marinetti immortalato nel ristorante «Biffi», a Milano nell'atto di mangiare un bel piatto di spaghetti. Da cui l'immediata, fulminante canzonatura che fece polpette di Marinetti e della sua «crociata», deflagrando fra i tavolini di tutti i caffè d'Italia. Diceva la corbellatura: «Marinetti dice basta, messa al bando sia la pasta. Poi si scopre Marinetti che divora gli spaghetti».
Quanto al caffè, che dire? A colazione, a metà mattinata, dopo pranzo, al coffee break, in tazza grande, corretto, macchiato caldo, macchiato freddo, espresso o moka, normale,lungo o ristretto, il caffè marca la vita quotidiana degli italiani, la quale appunto non è vita se non comincia con un caffè. E siccome i campanili non stanno lì solo per marcare lo skyline, ecco che a Trieste il caffè si beve «nel bicchierin»; a Roma un «genovese» è un caffè macchiato con una spruzzata di cacao, mentre a Napoli, ancor oggi, resiste la magnifica, baronale usanza del «sospeso», secondo cui chi consuma un caffè ne paga due, lasciando il secondo «in sospeso» per il viandante che non può permettersi di pagarlo.
Disputa inutile, dunque, quella tra i pastai e i caffettieri. Perché se ci mettiamo a discutere davvero sugli spaghetti e soprattutto sul caffè vuol dire che siamo veramente alla frutta.