Dietetica e pure stellata La "schiscetta" ora è chic

Operai, impiegati e anche manager: sette italiani su dieci pranzano in ufficio. Per il portafoglio, il tempo, la linea. Solo che nel "lunch box" qualcosa è cambiato

Quella di metallo con il gancio sul coperchio sopravvive ancora in qualche cantiere che apre all'alba tra la polvere, con dentro la pasta al pomodoro preparata la sera prima dalla mamma o dalla devota fidanzata. Inutile dire che è tornato trendy proprio quel modello lì, che usava per necessità e «sul serio» gente che doveva tenere calda la minestra dall'alba fino a mezzogiorno, che non aveva «balle» per la testa: mica tanti bar trendy, e lunch, e diete e conteggi di calorie. Gente che doveva restituire al corpo la fatica (vera) e si raggomitolava in un angolo di cemento o su un bancale o in bilico su un'asse (ve la ricordate la mitica e ritoccata fotografia del pranzo nel cielo?) annusando in quel barattolino di latta odore di casa e sperando di trovare qualcosa di tiepido almeno lì dentro, che gli faccesse dimenticare il letto morbido e stropicciato abbandonato troppo presto.
Oggi che la «schiscetta» (come spiega uno studio promosso da Polli Cooking Lab, l'Osservatorio sulle tendenze alimentari) è tornata di moda ed è diventata «schiChic», ha cambiato forma, materiale, contenuto, proprietario ed esigenze. Oggi che sette italiani su dieci (cioè il 73%), non più, quindi, solo operai (38%) ma anche impiegati (29%), e imprenditori (22%) optano per la «sveltina gastronomica da scrivania» il magico contenitore si è evoluto, modernizzato, imbellito, snaturato. Ha assestato un sonoro calcio al panino unto e ipercalorico assieme a tutto il suo abitino d'alluminio. Si è messa lei, la schiscetta, a fare la dietetica, la chic, la glamour, la multietnica, l'internazionale, la salutista, l'energetica, la politicamente corretta, la cromaticamente gradevole: dentro e fuori. Contenuti ipocalorici ed esteticamente ammiccanti grazie a frutta, verdura, sushi, formaggi light, prodotti freschi, insaccati doc, tofu, zuppe, centrifughe e altre ingegnose e sane soluzioni suggerite da chef stellati; contenitori tecnologici, colorati, raffreddanti, riscaldanti, in tinta con la ventiquattrore, abbinate all'abito, in tessuto bio, in fogge glamour. Non esiste più la vecchia schiscetta, ma, sorpresa, esiste ancora la schiscetta. Ci si dispongono dentro, armonicamente, insalate di riso (lo fa il 54% delle persone), pasta fredda (il 49%), cous-cous (il 37%).
Era solo milanese, un tempo, la «schiscetta» al tempo del dopoguerra perché era così che in milanese si spiegava come schiacciare dentro a un contenitore piccolo l'incontenibile (la fame, la mamma, un pasto vero, la nonna, la nostalgia, il sapore intatto, il gusto lontano da casa) poi il termine ha fatto esplodere i confini. Oggi che il portavivande è diventato trasversale per questioni di soldi (vale per il 45% del campione perché un pasto veloce ammonta, in media, tra i 5 e i 12 euro, pari a oltre 150 euro al mese), di ottimizzazione dei tempi (per il 28%) e di regimi salutistici-dietetici (per il 38%), la poesia si è alterata, ma si è anche diffusa come certi cibi surgelati rispetto agli spinaci dell'orto in campagna. Il plexiglass al posto della latta, il macrobiotico al posto della pasta all'uovo, il vezzo al posto della fatica. Surreale come vedere un contadino fare jogging. Ma intanto, il mondo sta di nuovo in una «schiscetta».