Addio al pap-test: gli esami di una volta vanno in pensione

Si chiama test Hpv e promette di ridurre del 60-70% il rischio d'ammalarsi di tumore al collo dell'utero. L'hanno reso noto i tecnici della Food and Drug Administration americana, dopo avere visionato numerosi studi, fra cui quelli effettuati presso il Centro Prevenzione Oncologica delle Molinette di Torino. La malattia che provoca ogni anno mille vittime solo in Italia, viene di norma prevenuta con il pap-test, che verrà gradualmente sostituito dal nuovo trovato della medicina. Di cosa si tratta? È un esame che mira a prelevare una piccola quantità di cellule dal collo dell'utero per poi verificare l'eventuale presenza di Dna del Papillomavirus, responsabile della patologia. Ci si avvale di sonde molecolari predisposte per evidenziare particolari infezioni cellulari, individuando le varianti del virus e la relativa pericolosità oncogena. Pochi minuti e il test è risolto, senza dover patire alcun dolore.
«Fa piacere pensare che anche gli americani abbiano deciso di adottare una raccomandazione simile a quella italiana, che prevede l'esclusivo impiego del test Hpv, ricorrendo al tradizionale pap-test solo se si individua il virus», ci racconta Guglielmo Ronco, epidemiologo presso il Centro di Prevenzione Oncologica della Città della Salute e delle Scienze di Torino. «E ci rende ancora più orgogliosi sapere che, in Italia, queste indicazioni si stanno già mettendo in pratica in diverse regioni, come il Piemonte, dove entro quattro anni dovremmo riuscire a coinvolgere tutte le donne». La fine (e quindi l'inizio) di un'epoca? Forse, ma è più probabile che i due test si faranno compagnia per un po', considerato che laddove non arriverà uno, potrà giungere l'altro (anche perché il pap-test può mettere in luce l'attività patogena di altri organismi, come i funghi, per cui l'avveniristico e super specializzato test non è tarato).
Proprio di ieri un'altra notizia di orgolgio italiano: sarà pronto in due anni il test che, con un semplice prelievo del sangue, permetterà di rilevare la presenza di malattie genetiche del feto, sostituendo la tradizionale e invasiva amniocentesi. A dichiararlo è Domenico Simone, direttore generale del Gruppo Menarini che a giorni firmerà un accordo con la Sign di Singapore (Singapore Immunology Network) della durata di ventiquattro mesi per un progetto di ricerca, principalmente italiano, finalizzato a trovare un biomarcatore tra le cellule fetali in circolo, associabile ad anomalie e patologie genetiche del feto.
Anche la classica mammografia è ormai stata scalzata. Niente più dolore al seno e diagnosi che arrivano addirittura due anni prima: si chiama «Mammi», giunge da un team di ricercatori europei.
La tecnologia è stata sviluppata nell'ambito di un progetto denominato Mammi (Mammography with Molecular Imaging), ed è un adattamento della tecnologia Pet (tomografia a emissione di positroni) alla morfologia del seno. La tecnologia Pet misura l'attività metabolica del tumore, ossia il maggior assorbimento di glucosio da parte delle cullule tumorali e consente, secondo i ricercatori, di individurare lesioni di 1,5 mm, rispetto al limite di 5 delle attuali strumentazioni. Prima disponibile solo presso l'Istituto nazionale per il cancro di Amsterdam, in Olanda, lo strumento è stato poi installato all'Ospedale provinciale di Castellon, in Spagna.