Anche il «Financial Times» ora invoca la web tax

Nel 2012 il re dei social network Facebook - che vanta un fatturato mondiale di 3,7 miliardi di dollari - ha versato nelle casse dello Stato italiano 192mila euro. Nello stesso anno la controllata italiana del colosso Google avrebbe pagato all'erario italiano solo 1,8 milioni di euro – la stessa somma versata nel 2011 - a fronte di 52 milioni di ricavi per un utile di 2,5 milioni di euro. Una distonia tra tasse e guadagni evidente. Un contrasto che non è soltanto un problema italiano, ma coinvolge l'Europa intera. Tanto che anche il Financial Times è intervenuto sull'argomento, sottolineando la necessità di rivedere le regole fiscali sull'economia digitale.
Il quotidiano londinese ieri ha messo all'indice i sette colossi tecnologici americani, inclusi Apple ed eBay, arrivando a chiedere di rivedere l'imposizione fiscale sull'economia digitale per catturare le tasse delle aziende del web. «Sette colossi tecnologici - scrive Ft - hanno pagato 54 milioni di sterline di imposte sui redditi d'impresa nel 2012 in Gran Bretagna. Una cifra “modesta”, visto che hanno realizzato ricavi per 15 miliardi di dollari». Ma non è finita qui. In uno Stato, il Regno Unito, dove l'imposizione fiscale media si aggira intorno al 40% del Pil, le aliquote pagate dalle multinazionali del web sono più basse della metà e più. «L'aliquota fiscale globale che Apple, Google, Microsoft e eBay - continua l'articolo - hanno pagato nel 2012 si aggirano tra il 25 e il 15%. Le aliquote sulle attività straniere vanno da sotto il 10% di Microsoft al 5% o meno delle altre tre». I pagamenti fiscali relativamente bassi delle aziende tecnologiche riflettono - aggiunge il Financial Times - la loro capacità di concentrare le attività economiche oltreoceano in paesi con bassa imposizione fiscale come l'Irlanda, la Svizzera e il Lussemburgo, lasciando un ruolo minore alle attività negli altri paesi. Un problema che anche il governo Letta ha iniziato ad affrontare con l'introduzione della web tax, poi rinviata a metà 2014.
Il bubbone sta per esplodere: l'Ue non potrà rinviarne ancora a lungo la sua discussione.