Bari stronca Woodcock Lavitola non va arrestato Ora chi risarcisce il Cav?

Il gossip su Berlusconi durante la crisi economica ha danneggiato il Paese. Ma a uscire indebolita dalla vicenda è la credibilità della magistratura

Nei contorti e complessi rap­porti fra magistratura militante e politica vi sono alcuni punti fer­mi: il primo, naturalmente, è Ber­lusconi. Per decollare, un’inchie­s­ta deve per forza vederlo protago­nista. Non importa come, quan­do, perché: l’essenziale è che il suo nome compaia negli atti, di norma accompagnato da un fiu­me di intercettazioni desolata­mente prive di notizie di reato, ma sontuosamente farcite di chiacchiere intime, pette­g­olezzi e variegato sputta­namento personale.

Il secondo punto fermo è che ogni inchiesta uscita dalla fantasia galoppante di Henry John Woodcock è inesorabilmente desti­nata a naufragare nel ridi­colo. Il che segna senz’al­tro un punto a favore di quell’altra parte della ma­gistratura che preferisce fare il suo lavoro anziché esibirsi sui giornali; ma, al­lo stesso tempo, crea una serie di danni collaterali cui è impossibile porre ri­medio. La vita privata del­le vittime di Woodcock e dei suoi complici è distrut­ta per sempre; la loro im­magine è gravemente lesa; l’opi­nione pubblica non sa a chi crede­re; la giustizia diventa un’appen­d­ice nauseabonda della lotta poli­tica. Del resto,l’obiettivo dei magi­strati militanti non è mai istruire un processo (dal quale uscirebbe­ro a pezzi), ma conquistare le pri­me pagine e demolire la reputazio­ne del presidente del Consiglio.

Sabato scorso il procuratore ag­giunto di Bari Pasquale Drago ha depositato nell’ufficio del Gip le sue conclusioni sull’inchiesta-na­ta a Napoli, passata brevemente per Roma e approdata infine nel capoluogo pugliese - sui rapporti fra Berlusconi, Lavitola e Taranti­ni. E le conclusioni di Drago sono a dir poco clamorose:non c’è nes­sun motivo di arrestare Lavitola, Berlusconi non va iscritto nel regi­stro degli indagati né tanto meno inquisito, e l’intera inchiesta po­trebbe addirittura essere archivia­ta. Insomma, non ci sono prove di sorta che confermino il teorema napoletano, secondo cui il pre­mier avrebbe fatto pressioni su Ta­rantini ( attraverso Lavitola)per in­d­urlo a mentire nell’inchiesta sul­le escort. Tutt’al più,come inizial­mente ipotizzato proprio dai pm di Napoli, Berlusconi sarebbe vit­tima di un’estorsione.

Tutto risolto, dunque? Niente af­fatto. Restano le mille intercettazio­ni, le frasi rubate al telefono e spara­te in prima pagina, le illazioni e le al­lusioni. Resta la spazzatura. Resta­no le faide fra procure e pm. E resta il fatto, talmente macroscopico da apparire incredibile, che il presi­dente del Consiglio di un paese in piena crisi finanziaria e sotto attac­co sui mercati internazionali è sta­to investito da un vero e proprio bombardamento mediatico-giudi­ziario che non ha giustificazione al­cuna, che probabilmente non ha spostato un solo voto, ma che in compenso ha inflitto un colpo gra­ve al Paese in una situazione di par­ticolare delicatezza e difficoltà.

L’aspetto più surreale-ma biso­gnerebbe dire più delinquenziale - dell’intera vicenda, almeno per chi ha a cuore le sorti e il senso stes­so della giustizia in Italia, è che l’in­chiesta di Woodcock e dei suoi complici non avrebbe mai dovuto neppure iniziare, perché la procu­ra di Napoli non aveva alcuna competenza per occuparsi della vicenda.

Gli avversari di Berlusconi- che hanno naturalmente tutti i diritti a contestare e a combattere politi­camente il presidente del Consi­glio, a chiederne le dimissioni o a denunciarne i limiti e gli errori ­dovrebbero riflettere con atten­zione su quest’ultima, tragicomi­ca vicenda. Perché è ormai eviden­te a tutti che su questa strada- sul­la strada cioè dell’uso illegale del­la legge- non si va da nessuna par­te. Anziché colpire Berlusconi, in questo modo si colpisce la magi­stratura. Che non è fatta soltanto di Woodcock e Lepore, grazie al cielo, e che tuttavia dal loro disin­volto operato, come da quello di altri pm, esce gravemente indebo­lita e minata nella sua credibilità generale. Se viene meno la certez­za della legge, se ogni magistrato può inventarsi l’inchiesta che pre­­ferisce, indipendentemente dalla competenza territoriale e dalle prove raccolte, se i processi muo­iono prima di nascere perché non possono legalmente essere cele­brati, il danno è devastante, e col­pisce tutti. Anche, e forse soprat­tutto, coloro che legittimamente aspirano a sostituire Berlusconi al­la guida del Paese, e che domani, se mai arrivassero al governo, sa­rebbero anch’essi ( come già sono stati) vittime impotenti di una set­ta di magistrati fuori controllo.