Il capo dei 30 pensionati che aggiustano il passato

Lui ha 78 anni, il più anziano 82. "Ripariamo gratis antichi strumenti scientifici ma solo se pubblici: dal primo orologio del mondo al telescopio di Schiaparelli"

Sapete che cos'è il banco di Chladni? E il bolometro di Langley? E il fischietto di Galton? E lo psicrometro di Assmann? E la sirena di Seebeck? E il nonio circolare diminuito? E un catetometro, un crepavesciche, un sonometro, un triodo? Loro lo sanno. Giorgio Bozzi, il più anziano, a 82 anni fa ancora l'orologiaio. Domenico Gellera, che ricostruiva le componenti meccaniche e le lenti mancanti, ha avuto un infarto e da qualche tempo è costretto a disertare. L'ottantenne Liliana Pinelli, una dei sei soci fondatori, è stata costretta a dimettersi due mesi fa: non ci vedeva quasi più. Maurizio Franzini, fabbro da molte generazioni, fa ancora marciare la fucina come se fosse un treno svizzero. Bruno Cattaneo, architetto a riposo, si occupa delle parti lignee. Giulia Pignoli, per una vita docente di fisica all'istituto Carlo Cattaneo di Milano, è abilissima nello smontaggio dei piccoli strumenti. Nadia Argenti, che fu impiegata nella medesima scuola per geometri, cura l'inventario del patrimonio.
E poi c'è lui, Nello Paolucci, il giovanotto, che va per i 78 (è nato a Civitanova Marche il 24 marzo 1936). Il direttore d'orchestra. Colui che, in un giorno di maggio del 1998, convinse cinque amici a cimentarsi nella più audace delle imprese: riportare in vita ciò che era morto, recuperare ciò che era perduto, salvare ciò che era in pericolo, guarire ciò che era malato. Non per soldi: per amore.

Si chiama Arass Brera, acronimo di Associazione per il restauro degli antichi strumenti scientifici. Ha sede a Milano e distaccamenti a Padova e Brescia. È una Onlus senza fini di lucro, l'unico sodalizio che ha come finalità statutaria il recupero del patrimonio storico di proprietà pubblica: strumenti per l'astronomia, la fisica, la geodetica, la medicina, l'ottica, la meteorologia, la mineralogia, la nautica. E poi orologi, attrezzature sismografiche, globi terrestri e celesti. I pensionati che vi aderiscono hanno in comune la passione per la fisica, la meccanica e la tecnologia, oltre che le indispensabili competenze in queste materie.

Dal 1998 i soci sono cresciuti di numero. Si fa per dire: da 6 a 31, di cui 18 volontari operai. E da allora si sono ben guardati dal cambiare presidente, essendo sempre stato Paolucci il primo ad arrivare alle 9 e l'ultimo a spegnere la luce alle 18, salvo la breve pausa pranzo, nel senso di schiscetta e via andare. Il laboratorio dell'Arass è ospitato nei Frigoriferi milanesi, in via Piranesi, un tempo noti come Magazzini del ghiaccio. A partire dal 1899 produssero il surrogato del frigo domestico, brevettato negli Stati Uniti soltanto nel 1926. Il luogo vale una visita anche solo per l'architettura Liberty. I fratelli Marco, Matteo, Maria Chiara e Maria Gabriella Cabassi lo hanno ristrutturato in modo mirabile, mettendoci dentro non soltanto Open Care, la loro società specializzata in servizi integrati per l'arte, ma anche l'archivio del fotografo Ugo Mulas, l'Associazione per Filippo De Pisis, l'Orchestra Carisch e un'altra ventina di organizzazioni, come World trade center, Greenpeace e Slow food.
Penso che Giuseppe Cabassi, morto nel 1992, da dove si trova sia molto fiero di sapere che i quattro figli hanno dato uno spazio anche all'Arass. Lo chiamavano El Sabiunat, perché suo padre aveva costruito una fortuna sulla sabbia: la estraeva e la vendeva. Su quella stessa sabbia lui edificò un impero nell'immobiliare e nella logistica: Bastogi, la più antica società italiana quotata in Borsa, Brioschi, Ausiliare, Merzario, H2C hotel, Leoncavallo, ex Sieroterapico, Forum di Assago, Milanofiori Nord, Palaeur di Roma. Fu a un passo dall'acquistare la Rinascente e il Corriere della Sera.

Finora l'Arass ha già restaurato 5.500 pezzi rari, compreso il telescopio rifrattore con cui Giovanni Schiaparelli a partire dal 1873 osservò il pianeta Marte, rivoluzionando le mappe astronomiche dell'epoca. Un secondo telescopio, lungo 7 metri e alto quasi 8, fa bella mostra in laboratorio dal 2010. La lente è rotta, mancano 25 pezzi e 200 viti, una diversa dall'altra. Ci stanno lavorando a tempo pieno tre persone. «Contiamo di restituirlo per l'inaugurazione dell'Expo 2015», annuncia Paolucci. Bisognerebbe rimetterlo nella cupola dell'Osservatorio di Brera. Peccato che nel frattempo sia stata trasformata in sala riunioni.

Fino al 2012 lo statuto imponeva che in questo tempio potessero entrare solo i pensionati. Poi la Provincia di Milano ha ingiunto di aprire ai giovani. Magari ce ne fossero! Alle 6 di sera trovo solo Daniele Oliva, studente del liceo scientifico, impegnato a disegnare complicatissimi ingranaggi. Ah sì, ci sarebbe anche Domenico Grigoletto, 23 anni, il socio più giovane, appassionato di orologeria, che però lavora nella sede di Padova. Due in tutto su 8 milioni di italiani dai 14 ai 26 anni. «In tre lustri, gli unici fondi che abbiamo riscosso sono stati 20.000 euro della Fondazione Cariplo», fa i conti Paolucci. «Con quelli, abbiamo potuto dare un rimborso spese di 300 euro a qualche stagista proveniente dall'Accademia di Brera, dal Politecnico o dalla facoltà di fisica della Statale di Milano. Ora attendiamo, con altri 1.780 partecipanti, l'esito di un concorso della Telecom per i mestieri in via d'estinzione. Se ci arrivasse il finanziamento, potremmo prendere due giovani fissi». A 300 euro mensili, ça va sans dire.

Che cosa faceva nella vita, prima di dedicarsi a quest'avventura?
«Tornato dalla naia in Marina, scoprii che la società di riparazioni delle carrozze ferroviarie in cui lavoravo mi aveva licenziato. Nel 1957 un signore mi fece ottenere un colloquio alla Tecnomasio Brown Boveri di Milano. “Per me può cominciare subito”, concluse l'ingegnere selezionatore. Subito non ci riesco, risposi, perché sono arrivato senza la valigia. Dopo Milano, tre anni fra San Paolo del Brasile, Montevideo e Buenos Aires a costruire linee filoviarie per conto della General Electric. Infine di nuovo in Italia, all'Enel. In tutto 38 anni di lavoro».

L'idea dell'Arass come le è venuta?
«All'Enel ero responsabile del centro di ricerca che costruiva i modellini in scala degli elettrodotti, da sottoporre alle varie prove che simulavano le condizioni ambientali di esercizio, dalla galleria del vento al freezer per la formazione del ghiaccio sui cavi. Da lì è nato un rapporto con l'Osservatorio di Brera, che custodisce i dati meteorologici a partire dal 1760. Inoltre l'Enel ci obbligava a spendere ogni anno una cifra fissa in nuovi strumenti. Io mi arrabbiavo: perché buttarli se possono servire ancora? Così ho cominciato a ripararli per darli ai licei».

Gratis.
«Sempre. I primi attrezzi da lavoro li comprai di tasca mia: 1 milione e 800.000 lire. Un milione lo mise un altro socio. Un terzo amico spese 700.000 lire per acquistare i banconi da lavoro alla fiera di Sinigallia, il mercatino delle pulci di Milano. I committenti ci rimborsano solo le spese vive e quelle di trasferta. Ma anche qui siamo oculatissimi: se devo recarmi ad analizzare un reperto, prenoto il biglietto del treno con lo sconto due mesi prima. E non abbiamo mai chiesto sovvenzioni a Unione europea, Stato, Regioni, Province, Comuni».

I primi interventi quali furono?
«I restauri del telescopio riflettore di Giovanni Battista Amici, costruito a Modena nel 1811, e del pendolo astronomico a cassa lunga del famoso orologiaio milanese Gian Domenico Alberti, risalente al 1819, che ha la particolarità di essere posto in alto, sopra il quadrante dell'orologio, anziché in basso».

E i più recenti?
«I restauri degli orologi di piazza della Loggia a Brescia, del cortile d'onore della Pinacoteca di Brera e della torre di Villa del Balbianello sul lago di Como».

I recuperi di cui va più orgoglioso?
«Sono due. Il primo è l'Astrario di piazza dei Signori, a Padova. Era fermo dagli anni Ottanta. È l'orologio più antico al mondo che ancora svolga una funzione pubblica. Lo costruì il bolognese Jacopo Dondi, medico condotto a Chioggia, nel 1344. Durante l'assedio della Serenissima, la torre fu abbattuta. L'orologio venne ripristinato nel 1428 da un nipote del Dondi. Siccome il cambio dei giorni e dei mesi veniva fatto a mano da un addetto che doveva salire là in cima a mezzanotte, il Comune ci ha chiesto di automatizzare questa funzione. La Soprintendenza ha preteso che il meccanismo fosse coerente con la vetustà del manufatto. Siamo riusciti ad accontentare sia l'uno che l'altra».

E il secondo recupero?
«Il telescopio di Schiaparelli. L'astronomo torinese aveva seguito a San Pietroburgo il suo maestro Otto Struve, nominato dallo zar di Russia direttore dell'Osservatorio di Pulkovo. Quintino Sella, ministro delle Finanze del Regno, gli chiese di tornare in Italia per dirigere l'Osservatorio di Brera. Come contropartita, Schiaparelli pretese un nuovo telescopio rifrattore, che fu costruito dall'ottico Georg Merz a Monaco di Baviera, tra il 1863 e il 1864. Il governo presieduto da Agostino Depretis ne ordinò poi un altro: è quello che vede in questa stanza. L'Arass li ha salvati entrambi».

Chi si rivolge a voi?
«Università, soprintendenze, ministeri, osservatori astronomici, biblioteche. E molti licei storici. Solo per quelli di Milano - Parini, Beccaria, Berchet, Manzoni e Virgilio - abbiamo restaurato 1.724 pezzi. Altri 400 per il Bagatta di Desenzano del Garda e 400 per il Tito Livio di Padova. Il ministero dell'Agricoltura ci ha affidato i 300 strumenti di meteorologia che fino al 1928 erano serviti per le previsioni del tempo, in seguito affidate all'Aeronautica. Ora sono esposti nel palazzo del Collegio Romano voluto da Sant'Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. Si è fatta viva anche la Specola vaticana per alcuni telescopi bisognosi di manutenzione».

Mai lavorato per privati?
«Solo una volta. Abbiamo recuperato un jukebox meccanico, progenitore di quello elettrico, che funziona senza corrente e suona opere liriche incise su dischi metallici. Un favore personale al finanziere Francesco Micheli, fondatore del Mito, l'associazione per il Festival internazionale della musica di Milano».

Non teme un incendio o che arrivino i ladri a portarsi via questi tesori?
«I Cabassi ci hanno messo a disposizione 160 metri quadri blindati, con sensori antifumo e antivibrazione. Ogni sera i liquidi infiammabili vengono rinchiusi in una cella corazzata».

Siete sempre stati qui ai Frigoriferi milanesi?
«No, solo dal 2004. In precedenza lavoravamo in un locale nel campanile dell'ex chiesa di Santa Maria in Brera, gelido d'inverno e rovente d'estate, che fu dichiarato inagibile per motivi d'igiene».

Per il 2014 che cosa vi aspetta?
«Il telescopio del Collegio Alberoni di Piacenza e l'orologio della torre civica di Finale Emilia distrutta dal terremoto del 2012».

Com'è riuscito a reclutare 30 esperti così bravi in lavori tanto minuziosi?
«L'incompetenza non è un ostacolo. Mi sono arrivate persone prive di manualità, eppure hanno imparato. Basta che abbiano l'umiltà di lasciarsi istruire».

E se rovinano un reperto prezioso?
«Danni grossi non ne abbiamo mai combinati. Siamo coperti da un'assicurazione. Presto passeremo ai Lloyd's».

Ma i giovani d'oggi hanno voglia di riparare rotelline stando seduti per ore con il monocolo nell'orbita?
«Moltissima, più di quanta si pensi. Però chi può permettersi cinque anni di apprendistato a pane e acqua se desidera mettere su famiglia? Lo dico sempre ai ragazzi: è un mestiere di nicchia, ma trovare lavoro è un altro paio di maniche».

Dovrebbe chiamare Adriano Celentano. So che ripara orologi per hobby.
«Ma è pensionato? Lo vedo ancora in televisione. Appena smette, lo attendiamo a braccia aperte».

E quando questi adorabili vecchietti non ci saranno più, chi raccoglierà l'eredità dell'Arass?
«Non me ne parli. È il dramma che mi assilla giorno e notte».

Perché il lavoro manuale nella società contemporanea è così disprezzato?
«Perché il computer o il cellulare non lo richiedono. Si collegano a una macchina diagnostica che accerta il danno: se questo supera una certa cifra, si buttano via. Idem gli elettrodomestici. Chi va più a riparare un orologio al quarzo? Costa meno uno nuovo».

Se le dessero da aggiustare lo Stato italiano, da dove comincerebbe?
«Lo Stato è malato, tutto. Ognuno di noi non è più diligente nei propri comportamenti. Magari bastasse sostituire alcuni meccanismi. Qui bisogna cambiarli in blocco. Per cui mi rivolgo ai singoli pezzi: tornate a fare il vostro dovere e lo Stato rifiorirà».
(686. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Commenti

CarloDei

Lun, 27/01/2014 - 12:56

Speriamo che al Comune di Milano qualcuno legga quest'articolo. Si parla anzi si blatera di giovani di lavoro di toglierli dall'alcol di manualità perdute e poi non si fa una mazza a livello pubblico. Un finanziamento che non vada alle solite attività culturali del menga sarebbe così difficile da stanziare? Pisapia vedi che puoi fare prima che sia troppo tardi ma penso anche a tutti i membri dell'Expo che hanno miliardi da spendere in grandiosi progetti e potrebbero scucire qualche euruccio per questa iniziativaò