Casillo, il re del magico Foggia scampato a pentiti e teoremi

P asquale Casillo gli appassionati di calcio lo ricorderanno come il presidente del «Foggia dei miracoli» dell'allenatore Zdenek Zeman che nel campionato 1993/'94 sfiorò l'ingresso in Coppa Uefa. Nel giro di pochi anni la squadra pugliese passò dalla serie B (campionato vinto nel 1989) alla serie A diventando una protagonista del campionato italiano di calcio.
Pasquale Casillo è stato anche un grande industriale proprietario di ben 58 società e soprannominato «il re del grano» poiché considerato uno dei più importanti produttori di grano nel nostro Paese. Fino a quel 21 aprile 1994 la data del suo arresto. Quel 21 aprile del 1994 «Don Pasquale», così era soprannominato Casillo, aveva 46 anni e il suo Foggia stava lottando per entrare in Coppa Uefa; mancavano due partite alla fine del campionato e grande era l'attesa nel capoluogo pugliese. Il fatturato del gruppo di Casillo era, alla data dell'arresto, di 2.300 miliardi di vecchie lire, una cifra considerevole che lo metteva tra i più importanti gruppi industriali del nostro Paese.
Ma da quel 21 aprile la vita di Pasquale Casillo non fu più la stessa. Improvvisamente i sogni del Foggia calcio si infransero con una sconfitta per 1 a 0 contro il Napoli, diretta contendente della squadra pugliese per un posto in Europa, e così anche la carriera imprenditoriale di «Don Pasquale», che fino a qualche tempo prima era stato presidente degli industriali di Foggia, si sgretola alle 10 del mattino del 21 aprile del 1994. Un arresto spettacolare di fronte ai familiari, all'unico figlio Gennaro di 9 anni, e con un'accusa infamante il famigerato articolo 110-416 bis (concorso esterno in associazione di stampo mafioso). L'inchiesta partì dalle rivelazioni di Pasquale Galasso, pentito della camorra affiliato con Carmine Alfieri, che aveva raccontato di presunte collusioni tra Casillo e la criminalità organizzata. Fu una tegola spaventosa quella che si abbatté sulla famiglia Casillo; una tegola che non ebbe semplicemente una deriva legata ad una giustizia penale ma anche civile. Immediatamente e automaticamente furono messe sotto sequestro tutte le società di tutto il gruppo che faceva riferimento a Pasquale Casillo. Fu nominato un nuovo amministratore giudiziario che non ebbe, nelle proprie volontà, l'idea di salvare il gruppo.
Casillo era a capo di un vero e proprio impero economico impegnato in molteplici campi dell'imprenditoria nazionale; dal commercio allo stoccaggio del grano, dai trasporti navali al mondo del calcio a diverse partecipazioni in istituti di credito come la Banca Mediterranea e Caripuglia.
Purtroppo però, su richiesta del Banco di Napoli, finiscono in tribunale i libri della capogruppo «Casillo Grani SNC» nonostante alcune delle primarie banche Italiane avessero proposto un finanziamento ponte di 100 miliardi di lire che vennero rifiutate dal neo amministratore giudiziario. Casillo rimase in carcere quasi un anno, undici mesi, dichiarandosi innocente e chiedendo, nel 1994, di essere processato immediatamente. Questo non avvenne e, «Don Pasquale», fu al centro di una serie lunghissima di rinvii legati alla difficoltà nel determinare la competenza del tribunale di riferimento. Così si passò da Napoli a Bari per poi finire a Roma ed infine individuare il tribunale di competenza nel tribunale di Nola, in provincia di Napoli. Ma la vicenda penale di Casillo s'incrocia fatalmente sia con la propria vita privata e familiare che con la vicenda legata al fallimento delle sue società gestite da un amministratore giudiziario che si poneva soltanto il problema di vendere ciò che in una vita la famiglia Casillo aveva costruito.
La rinuncia del finanziamento ponte nel maggio del 1994 già deliberato dall'Abi è la conferma della mancanza di volontà da parte del nuovo gestore giudiziario di salvare le aziende; aziende che avevano, nell'ultimo bilancio un fatturato di 2.300 miliardi di vecchie lire contro un debito di 400 miliardi. Sono serviti 13 anni fino al 16 febbraio del 2007 per vedere assolto Pasquale Casillo «per non aver commesso il fatto».Ma l'imprenditore campano non vede finire i propri guai con la giustizia, questa volta civile. Infatti pur assolto dall'accusa dell'infamante articolo 110-416 bis e quindi dall'accusa di concorso esterno in associazione di stampo mafioso, per l'imprenditore campano rimane, ancora oggi quasi 20 anni dopo l'arresto l'impossibilità di recuperare le proprie aziende che sono ancora sotto tutela di un amministratore giudiziario.
(1. continua)