il casoBenvenuti cani e gatti Potranno farsi la cuccia tra gli scavi di Pompei 250

Potrebbero essere un valore aggiunto al turismo. C'è un antico legame tra i luoghi d'interesse archeologico e le colonie animali, soprattutto quelle feline. Anche i cani senza proprietari prediligono spesso le zone monumentali antiche. Di giorno turisti e volontari provvedono a placarne la fame, mentre di notte, in questi siti, difficilmente si trovano balordi in vena di crudeltà e su di essi regna una quiete «tombale», esattamente quel che capita dentro o accanto ai cimiteri, altri luoghi preferiti dalle colonie feline e canine randagie.
Si è così brillantemente risolta la querelle dei cani randagi che stazionano presso gli scavi di Pompei. Qualcuno li voleva privare della libertà, relegandoli nella gabbia di qualche canile comunale. Ci ha pensato il commissario prefettizio del Comune, Aldo Aldi, disponendo che l'Ausl si assuma la responsabilità (che peraltro già possiede) di censire, visitare, microchippare e sterilizzare i cani che vivono nello storico sito archeologico.
Rispolverando una legge regionale del 2001 (Tutela degli animali d'affezione e prevenzione del randagismo), l'amministratore ha saggiamente scavato tra gli articoli riesumando il «cane di quartiere» che rispecchia un po' la filosofia della colonia felina alla quale siamo un po' tutti ormai abituati.
Recita tale legge all'articolo 10 che «Laddove si accerti la non sussistenza di condizioni di pericolosità per uomini, animali e cose, si riconosce al cane il diritto di essere animale libero. Tale animale si definisce cane di quartiere». Quando dunque i veterinari dell'Ausl avranno esaurito il loro compito, questi cani saranno il degno corollario dei cimeli custoditi (si fa per dire) in uno dei più straordinari siti d'interesse archeologico del mondo.
Alla fine dunque, l'ha avuta vinta la Federazione Diritti Animali e Ambiente che, sotto l'egida dell'ex ministro Michela Vittoria Brambilla, raccoglie numerose associazioni animaliste.
«Di fronte ai frequenti crolli e agli episodi di grave negligenza umana - si era espressa la Federazione - è sconcertante costatare che qualcuno pensi ai randagi come alla prima emergenza di un sito che ne conosce ben altre».
Battuta velenosa ma azzeccata, se si pensa ai continui crolli di manufatti preziosi e alla negligenza mostrata dallo stato e dalle amministrazioni nei confronti dei furti continui di reperti antichissimi perpetrati alla luce del sole.
Come sottolinea lo stesso Aldi, il provvedimento è però temporaneo e bisognerà vedere, dopo le elezioni del 25 maggio, cosa intendernno fare il Comune e la nuova amministrazione.
La presenza di animali nei luoghi d'interesse archeologico è ormai un dato di fatto. Il cave canem dei mosaici sul pavimento delle case dei poeti tragici di Pompei ne è antica testimonianza. La città di Roma è storicamente legata, da sempre, alla convivenza pacifica con numerose colonie feline. I gatti di Roma che vivono ai Fori e dormono sopra i monumenti antichi, sono immortalati in cartoline spedite in tutto il mondo, in manifesti e calendari che i turisti acquistano volentieri. Tra queste colonie le più grandi e famose sono quelle del centro storico: Torre Argentina e Piramide di Caio Cestio.
In tutto a Roma vivono 400 colonie feline. Le «gattare», ma oggi numerosi uomini, sono ormai un'istituzione riconosciuta per legge e, in loro, s'identificano tutti quei volontari che si occupano di alimentare i felini che si crogiolano all'ombra dei ruderi e di controllare che non accada loro nulla di male.
Forse la più famosa «gattara» romana fu Anna Magnani, la bellissima e superba attrice del neorealismo che portava personalmente il cibo ai mici di Torre Argentina, così come famoso gattofilo era l'attore shakspeariano Antonio Crast, che riuscì a ottenere la chiave di un sotterraneo adiacente alle rovine, in modo da mettere al riparo le bestiole e conservare il cibo che acquistava mensilmente per loro.


di Oscar Grazioli


I gatti ospitati dalla colonia felina che ha sede negli scavi di Largo di Torre Argentina a Roma