Il chirurgo che ridà il volto agli elephant man d'Africa

Daniel Cataldo: "In 15 giorni i bimbi perdono metà viso a causa del noma, cancrena provocata dalla malnutrizione. Chi non muore subito, è scacciato per l'odore che emana"

Immaginate il volto di Joseph Carey Merrick, l'infelice protagonista di The elephant man (realmente esistito) esposto come fenomeno da baraccone nella Londra dell'Ottocento, moltiplicato per dieci, per cento, per mille. Oppure immaginate una faccia con la parte destra normale e la parte sinistra ridotta a una sezione cranica, come quella riprodotta sulla copertina dell'Encyclopaedia anatomica edita da Taschen, anche questa moltiplicata per dieci, per cento, per mille. Nelle immagini che il professor Daniel Cataldo fa scorrere con scientifica freddezza sul monitor del suo computer i casi clinici sembrano non finire mai. Si passa dal troppo al niente con un tocco di mouse: masse informi di tessuti, dilatate a dismisura, da cui a malapena ancora affiorano un occhio, una narice o tre spuntoni che prima erano denti; cave naturali che permettono di vedere a cielo aperto, come in sala operatoria, i seni mascellari, le fosse coane, i turbinati nasali, l'osso palatino. Solo che si tratta di pazienti vivi, non di cadaveri fotografati all'obitorio.
Anche chi sulle prime riesce a reggere la visione, dopo due minuti è costretto a distogliere lo sguardo. È soprattutto in queste occasioni che benedici l'esistenza della parola, perché al grosso pubblico non si potrebbe certo descrivere con le diapositive lo straordinario lavoro che questo chirurgo plastico, venuto come Papa Francesco «dalla fine del mondo», svolge gratuitamente da quasi vent'anni in Africa contro il noma, una cancrena della guancia provocata dalla malnutrizione e dalla scarsa igiene, ma anche contro i tumori del viso, le malformazioni congenite, le grandi ustioni.
Cataldo, nato nel 1962 a Chilecito, in Argentina, da genitori italiani, laureatosi in medicina due volte, nel 1978 a Buenos Aires e nel 1988 alla Statale di Milano, potrebbe operare in qualunque Paese e su qualsiasi organo, e per molto tempo l'ha anche fatto, arrivando ad almeno 30.000 interventi: «Chirurgia generale, toracica, addominale, maxillo-facciale. L'unico su cui non ho messo mano è il cervello». In patria ha affiancato il professor René Favaloro, nato a La Plata da padre eoliano dell'isola di Salina e da madre toscana, inventore nel 1967 del bypass aorto-coronarico; per una terribile nemesi, il cardiochirurgo si uccise nel 2000 sparandosi un colpo al cuore dopo aver scritto una lettera di protesta al presidente dell'epoca, Fernando de la Rúa, colpevole d'aver tagliato i fondi destinati alla sanità. All'Heart hospital dell'University College London ha lavorato con Donald Ross, che salvò Enzo Biagi dopo un brutto infarto, e con Magdi Yacoub, recordman mondiale di trapianti cardiaci: «Vivevo lì dentro. Nell'anno in cui sono rimasto a Londra, ricordo d'essere uscito dall'ospedale solo un sabato sera per andare a cena in un ristorante italiano». Ha fatto cardioplastica sperimentale al Sant'Orsola di Bologna.
Ma è soprattutto negli ospedali di Parigi, dove trascorre due giorni la settimana, che Cataldo è stato attivo negli ultimi anni: Pitié-Salpêtrière, Necker Enfants Malades, Laënnec, Institut du Fer à Moulin. Infine, sempre nella capitale francese, è approdato all'Hôpital Saint-Louis, dove vi è una delle cliniche universitarie di chirurgia plastica e dermatologica più avanzate al mondo. «Qui ho avuto per maestro il professor Jean-Marie Servant. Non ho mai visto un altro collega con la sua stessa maestria nel maneggiare il bisturi. Purtroppo da quest'anno è andato in pensione e ha avuto problemi di salute, cosicché il peso della missione ricadrà tutto sulle mie spalle». È stato il luminare a dare il nome all'Operazione Sorriso Servant, che a partire dal 1996 ha ricostruito la faccia a oltre un migliaio di pazienti ricoverati all'Ospedale nazionale di Niamey, capitale del Niger, quintultimo Paese al mondo nella classifica del reddito, con appena 33 dollari mensili pro capite.
Quando non è a operare in Africa o a Parigi, o a propagandare la Onlus in giro per il mondo col suo amico Gérard Depardieu, l'attore che ha accettato di fare da testimonial dell'organizzazione umanitaria, Cataldo vive tra Milano, dove ha uno studio medico, e Soiano del Lago, sul Garda. Gli interventi di lifting, blefaroplastica, rinoplastica, mastoplastica e liposuzione sulle sciure lombarde, che esegue presso la casa di cura La Madonnina, gli servono per pagarsi la chirurgia ricostruttiva sui malati nigerini col volto devastato dalla stomatite cancrenosa. «Un tempo mi aiutavano i miei genitori. Ma adesso sono io che devo aiutare loro. Colpa del default che nel 2002 mise sul lastrico l'Argentina. Mio padre Carmelo, 83 anni, ha l'Alzheimer. Era un allevatore di bestiame, ha avuto anche le concessionarie Fiat, Peugeot e General Motors. Mia madre Maria Laura, 80 anni, è sempre stata casalinga».
Perché emigrarono in Sudamerica?
«Ci nacquero. Mio nonno Natale giunse a Buenos Aires da Taormina a 17 anni, nel 1913, accompagnato solo da cumpare Pino, un compaesano analfabeta. Fu arruolato come operaio dalla compagnia inglese che stava costruendo la metropolitana. Poi aprì un negozio di pollame. Fra i suoi clienti c'era il direttore del quotidiano La Prensa, che lo mandò a seguire le sterminate piantagioni di cui era proprietario nel Nord del Paese. Lassù il nonno aprì un bazar per i cercatori d'oro inglesi che avevano individuato il nuovo Eldorado nel Cerro Famatina».
La vocazione a fare il chirurgo quando le è venuta?
«Non l'ho mai avuta. Erano solo le mie zie a dire che ero quadro, portato, tagliato, per la medicina. In famiglia tutti lamentavano acciacchi, avere un dottore per casa faceva comodo. Mia madre mi mandò alle elementari a 5 anni. A 11 fui messo in collegio dai Fratelli delle scuole cristiane di Jean-Baptiste de La Salle. Durante una vacanza estiva studiai per fare due anni di liceo in uno. A 16 anni ero già all'università e a 22 laureato».
È sposato?
«Nessuna mi vuole. Ho avuto tante fidanzate, ma fin dall'inizio mi è stato ben chiaro che non avrei mai trovato moglie, perché sono sposato con la sala operatoria. Anzi, con l'Africa, che da qualche anno mi prende totalmente».
Il noma, o cancrum oris, non colpisce in altri continenti?
«È tipico dei Paesi sottosviluppati della fascia subsahariana. A scatenarlo sono malnutrizione, pessima igiene e immunodepressione. In Europa fu osservato solo nei lager di Auschwitz e Bergen Belsen, tanto che il medico nazista Josef Mengele ne fece oggetto dei suoi folli esperimenti. Nel 95% dei casi si presenta in bambini dai 2 ai 6 anni affetti da morbillo, varicella, scarlattina, malaria. Tenga conto che il nostro dispensario di Zinder è quasi al confine fra Niger e Ciad, dove l'aspettativa media di vita non supera i 42 anni».
Come si manifesta?
«Con un puntino nero nella gengiva provocato da due agenti patogeni, il Fusobacterium necrophorum e la Prevotella intermedia. Dopo un paio di giorni di febbre e diarrea, il fusobatterio produce un'ulcerazione, che in una settimana si estende a tutto il volto, provocando necrosi sfiguranti dei tessuti. In 15 giorni, 21 al massimo, uccide. Senza una pronta terapia antibiotica per via endovenosa, la mortalità per setticemia raggiunge l'80%. Ma questi bambini sono talmente malnutriti che è persino difficile trovare la vena per praticargliela».
Che ne è dei restanti 20 su 100?
«Perdono la guancia, il naso, l'occhio, la mascella. A parte l'aspetto ripugnante, la comunità li allontana per l'odore di putrefazione che emanano. L'articolazione temporo-mandibolare lesionata spesso impedisce loro di mangiare e bere».
Ed è su costoro che lei interviene.
«Sì. Uso i muscoli della schiena per ricostruire la faccia. Ruoto di 120 gradi i tessuti del viso ancora sani. Rifaccio le ossa usando pezzi di costola. Utilizzo lembi di pelle presi dalla fronte. Ho la fortuna d'essere un chirurgo svelto: ogni operazione dura da una a sette ore. Ma in qualche caso sono arrivato a 17. Ci sono situazioni che richiedono due o tre successivi interventi. O casi che devo studiare per due anni prima di capire qual è la strada migliore da seguire. Durante le prime missioni nel Niger non sapevo da che parte cominciare».
I risultati sono sempre soddisfacenti?
«Sì, e la prova è che i pazienti pronti per essere dimessi continuano a rimirarsi in uno specchietto, anche mentre gli parlo, perché è come se si vedessero per la prima volta. A volte capita che i capi dei villaggi non li accettino. Siamo in una zona dove l'islam moderato si innesta su credenze tribali, per loro la malformazione rientra nel disegno di Allah: correggerla è ritenuto un atto contrario alla volontà divina».
Gli operati come la ringraziano?
«Si siedono accanto a me e mi tengono la mano. Non hanno nulla, non possono dare nulla. Arrivano al dispensario solo con l'anima, nient'altro».
Com'è riuscito ad arruolare Gérard Depardieu come testimonial?
«È stato un caso. Sono arrivato all'attore attraverso il suo fotografo personale, Nicolas Bruant. Ha subito sposato la nostra causa. È già venuto a vedere come operiamo in Niger e vuole ritornarci presto».
Lei ha mai pensato di fermarsi stabilmente laggiù?
«Un giorno lo farò. Per il momento è già difficile andarci due volte l'anno. Il mese scorso un commando ha assaltato il carcere di Niamey, liberando una ventina di terroristi islamici. I visti d'ingresso sono stati bloccati».
Com'è che la Lega araba non fa operare i bambini malformati con i soldi degli sceicchi del petrolio?
«Preferiscono spenderli per fare la guerra all'Occidente. Non per niente l'Africa è Africa. Inutile immaginare di costruirci qualcosa che duri nel tempo: appena te ne vai, tutto finisce in pezzi. Gli unici benefici duraturi sono quelli che apporti nella carne delle persone».
Quando le capita di osservare le sue mani, che cosa pensa?
«Tutti mi hanno sempre detto che ho dita da chirurgo. Un mito assurdo. È questione di testa, più che di mani».
Non si sente in colpa nel sottoporre a lifting settantenni che si credono trentenni mentre i suoi malati africani hanno il viso che cade a pezzi?
«No, perché per aiutarli devo mantenermi aggiornato. Tutti i mercoledì e i giovedì li passo al Saint-Louis di Parigi, dove le tecniche operatorie sono avanti perlomeno di 30 anni rispetto all'Italia. Non ho mai conosciuto in Francia, negli Stati Uniti o in Gran Bretagna un chirurgo che avesse fatto carriera per essere “figlio di...”. All'estero conta solo la bravura. Duole dirlo, ma invece nella nostra capitale le cattedre universitarie sono state addirittura spartite per zone d'influenza dei baroni: Roma centro, Roma nord, Roma sud...».
Dei chirurghi che operano gratis nel Terzo mondo si dice cinicamente che vanno a «farsi la mano» su gente che, in caso di danni permanenti, non li denuncerà certo alla magistratura. Senza contare che i vostri errori in genere li seppellite.
«Dal 1996 a oggi non ho mai perso un malato di noma in sala operatoria. Ne ricordo solo uno in arresto cardiaco, ma lo tirai fuori in tre minuti. In Niger abbiamo portato, non tolto. Le tecniche che applichiamo sui pazienti africani sono quelle che riserviamo ai francesi solventi».
Come mai la maggior parte dei suoi colleghi non avverte questo bisogno impellente di compiere interventi chirurgici a migliaia di chilometri da casa?
«È questione di formazione, di capacità e di coscienza. Non capisco come possa un medico non essere altruista. Quando Servant mi portò la prima volta con sé in Africa, non sapevo neppure dove stessi andando. Dopo tre, cinque, venti viaggi, non sono più riuscito a staccarmene».
Ha il mal d'Africa.
«No, l'Africa non mi manca, continuo a preferirle il lago di Garda. Ma si creano legami con gli africani. Quelli sì che mi mancano».
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