il commento 2 Perchè c'è bisogno di santità nell'era di internet

Perché i santi nell'età del relativismo? La domanda ne echeggia altre, storiche. Perché i poeti nel tempo del dolore? si domandava un grande poeta. È la stessa domanda, in fondo. Gli Ebrei deportati in Babilonia appesero le cetre ai salici e si rifiutarono di cantare per il nemico; ma i nostri alpini durante la Grande Guerra cantarono in faccia alla morte i canti più belli. Qui sta il punto: se vogliamo continuare o no a cantare la canzone che continua a nascerci dentro a dispetto di tutti i guai, e soprattutto se le permettiamo di nascere. Perché dare al mondo due nuovi santi in un tempo come il nostro? Non per esaltare quegli uomini mostrando ai nostri occhi stanchi lo spettacolo della loro bontà, della loro capacità di sacrificio, della loro fede. No, non per questo. Pochi tra noi avrebbero anche soltanto la forza di invidiarli, perché si invidia solo chi si potrebbe (o si sarebbe potuto) raggiungere. Non è uno spettacolo di virtù che ci serve: non a noi, né alla Chiesa e nemmeno a Dio. Ma proprio qui sta il punto. La Chiesa proclama e proclamerà sempre nuovi santi, e a questo scopo tutti i tempi sono tempi propizi: quello della fede e persino quello dell'incredulità. Perché un santo non è un uomo speciale: è un testimone di ciò di cui è capace Dio con la nostra povera umanità. Non servono capacità particolari e nemmeno un buon carattere. La Storia dei santi della Chiesa ci presenta una galleria di caratteracci, molti dei quali forse non si sarebbero nemmeno sopportati tra loro. Ma non è questo che conta. È Dio che conta. Ed è questo che la Chiesa proclama quando fa un nuovo santo, spesso dopo averlo ostacolato in tutti i modi quando era in vita. Già questo, tra l'altro, appare sorprendente: che chi un tempo fu persecutore riconosca con serenità di aver avuto torto. I santi ci ricordano così anche un'altra cosa, e cioè che la Chiesa, in ultima istanza, non è una struttura di potere. Non che le siano estranee le dinamiche del potere, ma non è il potere a definire la sua natura. Sono uomini, i santi. Non migliori di noi, e nemmeno peggiori. Ma a Dio basta un piccolo «sì» per trasformare la debolezza in un'energia stupefacente. In ogni tempo, per scettico e relativista che sia, l'alternativa per l'uomo è secca: o la tristezza di una vita votata alla delusione, o l'attesa di un Dio che trasfiguri la nostra piccola esistenza rendendola finalmente utile al mondo. Un nuovo santo è sempre una grande iniezione di fiducia: noi non siamo fatti per la tristezza e la solitudine, ma per un destino assai migliore.