Corsa contro il tempo sui condannati in lista

RomaI numeri parlano di un largo consenso politico al disegno di legge anticorruzione, approvato ieri alla Camera. Le dichiarazioni, invece, parlano di una forte opposizione soprattutto da parte del Pdl e di errori da correggere in Senato. È dunque un’approvazione zoppa quella che conta 354 sì e 25 no, preceduta mercoledì da 3 voti di fiducia sugli articoli-chiave. Lo dice anche l’alto numero di astenuti, 102, e i tanti assenti nel Pdl: 72 compresi Angelino Alfano e Silvio Berlusconi. La maggioranza Abc resta compatta in un mare di scontento, protesta l’opposizione di Lega e Idv.
Il capogruppo Pdl Fabrizio Cicchitto avverte il governo che in Senato il testo dovrà cambiare e riapre il capitolo della responsabilità civile delle toghe. Dopo averlo ascoltato, il presidente della Camera Gianfranco Fini commenta: «Spero di essere smentito, ma temo che il ddl non sarà approvato prima della fine della legislatura».
Il clima è teso. Antonio Di Pietro accusa i colleghi di «ipocrisia», e di votare contro le loro convinzioni. Fini lo richiama a «rispettare i colleghi» perché, dice: «Ognuno vota secondo coscienza», beccandosi in risposta dall’ex pm un «magari». E restano le polemiche sulla norma «salva Penati». Cicchitto assicura a Fini che con «poche modifiche» il provvedimento passerà, ma la capogruppo Pd in Senato, Anna Finocchiaro, avverte che il testo della Camera non si tocca. Per il leader Udc Pier Ferdinando Casini sarebbe «autolesionismo» bloccare il ddl.
C’è aria di nuovi scontri in maggioranza e il ministro della Giustizia, Paola Severino, tenta di barcamenarsi: «Apprezzo la ragionevolezza e lo spirito di chi ha votato la fiducia. Ci sono state riserve da una parte e dall’altra. Ogni legge è perfettibile e lo è anche questa». La Guardasigilli prova a disinnescare una delle mine, quella sull’incandidabilità dei condannati in via definitiva che rischia di non essere applicata alle prossime elezioni, garantendo l’entrata in vigore in 4 mesi. Di «passo importante» parla il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, per «i piani anticorruzione, la rotazione dei dirigenti, le incompatibilità. Le amministrazioni pubbliche sono chiamate a una vera inversione di rotta».
Tra le principali novità c’è la ridefinizione della concussione, che si fa in due: il primo reato continua a considerare vittima chi paga un politico o un pubblico ufficiale, se è «costretto»; la concussione «per induzione» punisce col carcere da 3 a 8 anni il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che inducono il privato a pagare e con la reclusione fino a 3 anni il concusso che promette denaro o altra utilità. Anche il reato di corruzione cambia e raddoppia: c’è quella per «atti contrari ai doveri d’ufficio» e quella con l’accettazione o la promessa di un’utilità indebita da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, a prescindere dall’adozione o dall’omissione di atti d’ufficio. Il nuovo reato più contestato dal Pdl è il «traffico di influenze illecite», una mediazione svolta da chi sfrutta le sue relazioni con un pubblico ufficiale per denaro o altro vantaggio: punito da 1 a 3 anni di carcere, la pena aumenta se riguarda un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio e se è connessa con atti giudiziari. C’è poi il carcere fino a 3 anni per il privato che accetta l’illecito pagando o promettendo altra utilità e nasce la corruzione fra privati per i dirigenti di società che le causano danno: punita da 1 a 3 anni.
Csm e Anm danno l’ok, ma suggeriscono correzioni. Per le toghe cattive notizie: niente più arbitrati per amministrative e contabili; incarichi fuori ruolo di massimo 5 anni consecutivi, 10 in tutta la carriera dopo un’interruzione quinquennale e stop a doppi stipendi.