Così Matteo rottamerà la guerra civile

Solo Renzi può andare oltre le tribù dei berlusconiani e anti berlusconiani. Perciò l'apparato del Pd lo ostacola

Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi

Lo scontro sulle regole che infiamma la vigilia delle primarie del centrosinistra non è soltanto una questione di commi e di circolari interpretative. E tanto meno è, come ha minacciosamente suggerito Pier Luigi Bersani, uno «sfregio» alla «magnifica giornata» di domenica scorsa. Al contrario, l'ottusa resistenza che l'apparato del Pd oppone alle decine di migliaia di cittadini che vorrebbero partecipare alle primarie senza preventivamente dichiararsi bersaniani solleva un problema politico e culturale di prima grandezza. Che si potrebbe riassumere con una domanda: il Pd si rivolge a tutti gli italiani, convinto di poterli convincere nelle urne e rappresentare in Parlamento ed eventualmente al governo, oppure preferisce rinchiudersi nella ridotta neofrontista presidiata dall'apparato e dall'oligarchia?
Le elezioni di primavera - dove voteranno tutti gli italiani, e non soltanto quelli graditi a Bersani - cadono nel momento di massima crisi della cosiddetta Seconda Repubblica: scandali, corruzione, inefficienza hanno ridotto al minimo storico il consenso ai partiti. Il cambiamento non è più un'opzione: è una necessità. Ma perché il cambiamento abbia successo è necessario che si fondi su un consenso elettorale ampio, su una proposta politica capace di aggregare e tranquillizzare anziché dividere e intimorire, su una leadership percepita come unificante anziché divisiva, e per questo capace di mobilitare le energie migliori del Paese.
E qui veniamo al cuore del problema. Tutti i sondaggi sono unanimi nel valutare intorno al 35% una coalizione guidata da Bersani, mentre Renzi, secondo le stesse analisi, potrebbe sfiorare il 45% dei consensi. Al dato numerico (cui Bersani tenta di sfuggire chiedendo un premio di maggioranza «a prescindere» o, addirittura, scommettendo sul mantenimento del Porcellum) bisogna però accompagnare una valutazione politica, senza la quale il fenomeno Renzi diventa - come vorrebbero far credere gli oligarchi del Pd - un semplice successo di immagine.
E la valutazione di fondo è semplice: il sindaco di Firenze sbanca i sondaggi perché incarna non soltanto un'idea nuova, rinfrescante e ottimista del futuro politico del nostro Paese, ma anche e soprattutto perché spezza i confini artificiali delle tribù politiche che si sono sanguinosamente scontrate per vent'anni, e per ciò stesso si propone credibilmente come pacificatore. Diciamo la verità: la Seconda Repubblica è malamente naufragata perché è vissuta in uno stato di sovreccitazione permanente, in una sorta di guerra civile fredda che ha spaccato il Paese in berlusconiani e antiberlusconiani a prescindere dai programmi, dalle scelte di merito, dalle famiglie politiche, persino dalle simpatie personali. Intorno a Berlusconi si sono raccolti personaggi e formazioni che non condividevano quasi nulla, se non il desiderio di perpetuare il proprio potere approfittando della fortuna elettorale del Cavaliere; contro di lui, il centrosinistra ha messo in campo coalizioni eterogenee, gioiose macchine da guerra e sgangherate armate Brancaleone che, una volta conquistata la maggioranza, immancabilmente si sono dissolte aprendo crisi di governo a ripetizione. Tutt'intorno, tifoserie invasate.
Renzi è l'uomo che può mettere fine, una volta per tutte, alla guerra civile fredda che ha prima dilaniato e poi imballato il Paese. Può farlo perché non viene dalle famiglie politiche tradizionali: è cattolico ma non democristiano, è del Pd ma non è mai stato nel Pci. Può farlo perché si è sempre rivolto agli italiani, indistintamente, scavalcando gli apparati e rinunciando alle liturgie di partito, al potente corporativismo sindacale, all'odio di classe e al rancore sociale. Può farlo perché è equanime nel sottolineare gli errori del centrosinistra e quelli del centrodestra, senza per questo cedere alla tentazione dell'insulto e della demonizzazione dell'avversario. Può farlo perché non ha conti da regolare, vendette da consumare, nemici da annientare. E può farlo perché lo vuole fare. È sconcertante come di fronte a questa straordinaria opportunità - portare al governo, finalmente, una sinistra riformista, liberale, inclusiva e tollerante - il corpaccione del Pd si sia chiuso a riccio, erigendo barricate e cercando in ogni modo di scoraggiare la partecipazione alle primarie. Spiace dirlo, ma oggi Bersani è l'ultimo ostacolo rimasto alla riconciliazione di un Paese stremato.