La crisi peggio della guerra: la «Targa Florio» a fine corsa

La gara di Fangio e Nuvolari fermata solo dai conflitti mondiali. E ora salta: soldi finiti, la Regione Sicilia taglia i fondi

Unici al mondo, erano riusciti a battere gli inglesi sui mari. E la loro creatura era sopravvissuta caparbia a due guerre mondiali. Sembrava fatta per sfidare il tempo, e batterlo, prigioniero di un cronometro sempre pronto a ripartire. È bastato poco, molto meno di una guerra, per piegarla. È bastata una manciata di euro, non dati.
Il cuore della Targa Florio ha cessato di battere. Dopo 107 anni e 96 edizioni, si torna mestamente ai box. Il termine del 31 luglio, data utile per comunicare alla Federazione la conferma del tradizionale appuntamento motoristico settembrino, è spirato invano: i 90mila euro che erano attesi dalla Regione Sicilia non sono mai arrivati.
Si lavora adesso perché l'Aci la riporti in vita come gara di regolarità. Ma se pure dovesse accadere, non servirebbe a lavare l'onta ed a ricucire la trama ormai lacerata di una storia iniziata più d'un secolo fa e ancor prima, nel 1783, quando Paolo Florio approda a Palermo dalla sua Bagnara Calabra e apre bottega in via Matarazzari.
Sono le prove generali per la costruzione di un impero economico che nel 1828 va alla battaglia campale: conquistare il mercato del vino, monopolio di Sua Maestà britannica, puntando soprattutto sulla produzione del Marsala. Perché la Corona alzi bandiera bianca serviranno altri 30 anni, ma alla fine spirito e vino marca Florio hanno la meglio. Anche grazie ad una flotta più veloce dei legni inglesi e che arriverà a contare solo un vascello in meno di quelli del nascituro Stato d'Italia.
Padroni di Sicilia, ma dura poco: «Floriopoli» cade sotto i colpi della crisi d'inizio Novecento. Restano il marchio, curato dalla Cinzano prima ed ora dalla Illva (la stessa dell'amaretto Disaronno) e l'epica a quattro ruote: nei giorni in cui la famiglia decide di cedere l'attività vitivinicola, uno dei rampolli di casa Florio, Vincenzo, crea il sogno. Con l'aiuto di Henri Desgrange, direttore della rivista «l'Auto», disegna un sinuoso percorso che da Bonfornello attraversa Cerda, Caltavuturo, Castellana, Petralia Sottana, Petralia Soprana, Geraci, Castelbuono, Isnello, Collesano e Campofelice di Roccella. È il Grande Circuito delle Madonie. Per i siciliani, semplicemente, «a cursa».
Il 6 maggio 1906 la prima edizione scatta alle sei del mattino. Ai nastri di partenza cinque Itala, una Fiat, una Berlier, due Clement Bauard e una Hotchkiss. Vince Vincenzo Lancia, pure perché al rifornimento le auto dei francesi Bablot e Rigal vengono caricate d'acqua anziché di benzina.
È storia: la scrivono nomi del calibro di Nuvolari, Ferrari, Fangio, Moss, Ickx, Hill. È sangue e dolore: quelli dei tanti morti (a causa dei quali nel 1978 sarà trasformata in rally) seguiti al conte Masetti, nel 1926. È orgoglio. Sicilianità: ne è campione l'idolo di casa, Nino Vaccarella, che alla guida d'una Ferrari 275 P2 trionfa tra due ali di folla impazzita nel 1965, affiancato da Lorenzo Bandini.
Ma è anche altro. «Un motivo di vanto e di interesse – annotava un attento studioso, Simone Valtieri – che ha portato all'Isola notorietà e introiti monetari, in quanto vetrina internazionale di un territorio ricco di risorse e dal paesaggio meraviglioso».
C'era una volta. E ora non c'è più: per un pugno di soldi, la Targa Florio è finita in museo.