Dante, Dreyfus e Guareschi: la condanna non è un'infamia

di Francesco Perfetti

Della terribile esperienza che vissero Silvio Pellico e Piero Maroncelli, incarcerati come cospiratori nella ferrigna e cupa fortezza boema dello Spielberg, agli albori del nostro Risorgimento, non rimangono oggi che le commoventi pagine di Le mie prigioni, scritte dal primo nella tetra cella nella quale era rinchiuso, e le Addizioni a Le mie prigioni, dal secondo compilate negli ultimi anni della sua esistenza, quando, finalmente libero, era ridotto, in condizioni fisiche malandate, a vivacchiare dando lezioni di musica in quel di New York. Per la verità, di quell'esperienza tragica, c'è anche un'altra traccia, un po' macabra, segnalata dal mio carissimo amico Giuseppe Marcenaro, infaticabile ricercatore di curiosità storiche, in un delizioso libretto di «marachelle risorgimentali» intitolato Bistecca alla Maroncelli (Le Lettere): il nome di una sanguinolenta bistecca che campeggia, per la sadica delizia dei visitatori, nel menù di un moderno ristorante aperto nel cortile dello Spielberg. Quel che, certamente, invece non si ricorda - e ben a ragione - è il marchio d'infamia che il carcere avrebbe dovuto lasciare, nelle intenzioni dell'imperial-regio governo, sulla memoria dei due prigionieri politici.
La storia, in questo, come in tanti altri casi, ha fatto giustizia. I due sono entrati nel Pantheon delle patrie memorie. E, anziché marchio d'infamia, il carcere è diventato, per loro, un segno di distinzione.
Secoli prima, agli albori del Trecento, a una pena ben più grave del carcere, il rogo e la distruzione della casa, venne condannato, in contumacia e per motivi politici, Dante Alighieri, che, per buona fortuna della letteratura, si salvò trasformandosi, per usare una celebre locuzione di Ugo Focolo, nel «ghibellin fuggiasco» e trascinandosi di paese in paese, alla corte di tanti signorotti, in un lungo esilio durato fino alla morte. Anche in questo caso la storia ha fatto giustizia. E nessuno collega il nome del sommo poeta all'infamia di una condanna emessa per motivi squisitamente politici.
La verità è che, in molte occasioni, il marchio d'infamia collegato a una condanna, in particolar modo, alla carcerazione, si è trasformato nel suo opposto, in un marchio d'infamia, cioè, per la condanna stessa e per chi l'emanò, per motivi politici o in spregio della legge. Due casi di errori giudiziari, diversi fra loro e di epoche diverse, lo confermano. Sul finire dell'Ottocento, nella Francia della III Repubblica, il capitano ebreo Alfred Dreyfus venne accusato di spionaggio a favore della Germania, processato per alto tradimento, degradato e condannato ingiustamente alla deportazione. Passarono anni prima che la sua innocenza venisse riconosciuta ed egli fosse riabilitato. In tempi più recenti, nel nostro Paese, negli anni Ottanta, il giornalista e presentatore televisivo Enzo Tortora, finì processato e condannato per reati gravissimi, associazione camorristica e spaccio di droga, cui era - la sua innocenza venne riconosciuta al termine di un lungo calvario giudiziario - totalmente estraneo. La magistratura, in quella occasione, fece una pessima figura. Il problema della crisi della giustizia, e della amministrazione della giustizia, venne alla luce in tutta la sua drammaticità. Senza, peraltro, che la classe politica riuscisse a risolverlo.
Anni prima, sempre in Italia, siamo negli anni Settanta passati alla storia come gli «anni di piombo», era potuto accadere, persino, che un eroe della Resistenza, il partigiano liberale Edgardo Sogno, il leggendario comandante Franchi, fosse accusato di cospirazione politica, gettato in carcere, poi finalmente prosciolto. Era stato, questo caso - come fa capire Pietro Di Muccio de Quarto, in un recente volumetto dal titolo Il golpe bianco di Edgardo Sogno (liberlibri) - molto più di un errore giudiziario: un esempio paradigmatico di uso politico della giustizia.
Ci fu anche chi in carcere volle andarci, dopo la condanna in primo grado e senza voler proporre ricorso, pur convinto di aver subito un'ingiustizia. Fu Giovannino Guareschi, il popolare papà di Don Camillo, condannato, negli anni Cinquanta, per diffamazione nei confronti dell'allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi al termine di un processo nel corso del quale non venne consentito alla difesa di effettuare le perizie richieste per dimostrare l'innocenza dell'imputato. Fu un caso clamoroso. Che, sotto sotto, poneva i problemi del rapporto fra giustizia e politica e dell'indipendenza della magistratura rispetto al potere. Certo è che la condanna e la carcerazione di Guareschi non ne hanno leso minimamente l'onorabilità. A riprova di quello che diceva Henry David Thoreau e cioè che «sotto un governo che imprigiona ingiustamente, il vero posto del giusto è la prigione».