Dimmi che telefilm vedi e ti dirò che carattere hai

Dai 15 ai 50 anni, c'è un target per ogni prodotto televisivo di successo. E per qualsiasi professione: dal terapista, all'avvocato alla casalinga

Dimmi che telefilm guardi e ti dirò chi sei… È ovviamente un giochino stupido, ma solo sino a un certo punto. Negli ultimi anni il telefilm è diventato uno dei generi d'intrattenimento dominanti. Il pubblico di riferimento è trasversale e numeroso. Il target di riferimento, direbbe un masmediologo, presso cui i telefilm fanno breccia, è larghissimo: copre in maniera sistematica la fascia dai 15 ai 50 anni. All'interno di questo intervallo, però, possiamo suddividere due sottocategorie: quello che spopola nella cosiddetta generazione X, composta dagli spettatori di età compresa tra i 25 e i 44 anni, ovvero coloro che seguono prevalentemente serie gialle come NCIS o Criminal Minds, ma non disprezzano i medical drama come l'immortale Grey's Anatomy. E quello che fa da asso pigliatutto nella così detta generazione Y, i giovanissimi tra i 15 e i 24 anni: a loro piacciono di più le «teen drama» in cui immedesimarsi, come Glee o Girls o A passo di Danza. Ma questa è una macro analisi, buona per gli investimenti pubblicitari. Poi c'è quella molto più empirica che divide le varie tribù metropolitane in base alle discussioni da telefilm, quelle che si fanno in ufficio e dove ognuno cerca di imporre la sua personale playlist.

Ecco per dire, uno mica può più fare il terapista e non aver visto nemmeno una puntata di In treatment (di cui ora arriva il remake italiano con Sergio Castellitto) oppure Lie To Me. Ad essere pignoli ci vuole una guardatina anche alla serie di Lisa Kudrow Web Therapy anzi, negli Usa è finita anche nei programmi di studio di certi corsi di psicoterapia (mostra tutto quello che non va fatto in analisi). E come si fa a fare il pubblicitario senza aver seguito tutto Mad Men? O a gestire un negozio di vestiti o mobili vintage senza aver visto Romanzo Criminale?

Per gli avvocati invece il motto è diventato «Gladiatori in doppio petto» mutuato dalla serie Scandal, ma con il trionfo del legal thriller gli argomenti di discussione sono praticamente infiniti. Senza contare che una serie come The Good Wife pesca sia tra gli avvocati rampanti sia tra il pubblico generalista. E poi, diciamocelo, in alcuni casi sono i telefilm a inventare le professioni. I profiler e i criminologi in Italia erano davvero poca roba, numericamente, parlando. Poi dopo Bones, Criminald Minds e Profiler guardate in rete quanta gente fa domande su queste professioni e quanti corsi, veri o farlocchi, ci sono in giro…

E sin qui abbiamo fornito una descrizione senza sorprese. Ma ci sono. Ad esempio se si pensa a un pubblico femminile, magari un po' casalingo e orfano di Desperate Housewives, si pensa anche all'inevitabile trionfo di Cougar Town, o di Private Practice (il medical meno medical che c'è). Però pare che alle signore piaccia anche the Arrow. Merito del muscolosissimo Stephen Ammell che arriva da una serie invece tutta per teenager, The Vampire Diaries (ecco, sappiatelo, se avete meno di vent'anni dovete essere in grado di chiacchierare con disinvoltura di qualunque telefilm con la parola vampiro dentro) e che è probabile andrà a fare un film pieno di sfumature di grigio.

Diventa più difficile dire con esattezza qual è la serie che proprio non si può conoscere se si appartiene alla comunità degli «smanettoni», quelli che, in un modo o nell'altro, hanno al centro della propria professione il pc. Tra di loro conta più il modo in cui si guarda che il cosa si guarda: la serie si scarica in streaming non si vede in tv. Però alcuni «must» ci sono. Per tenerci sul recente c'è Battlestar Galactica (un universo dove infuria la guerra tra umani e cyborg) oppure il recentissimo Black Mirror (dove le pieghe orrorifiche della tecnologia la fanno da padrone). Il fanatico dei social, invece, non può vivere senza Person of Interest e il nuovissimo The Following.

E i giornalisti? Quelli guardano tutto però qualche settimana fa un collega scriveva in un tweet: «A spingermi a fare questa professione è stata quella vecchia serie tv Lou Grant» (il protagonista era un caporedattore del fittizio Tribune di Los Angeles). Non contano solo le serie di cui parli, e su cui litighi, contano le anche le serie che parlano di quello che sarai...