Un divorziato su quattro è under 35

È l'altra faccia della precarietà lavorativa e delle difficoltà economiche dei giovani: il 24 per cento di coloro che devono affrontare la fine di un matrimonio non ha ancora compiuto 35 anni

Un divorziato su quattro in Italia ha meno di 35 anni e ben 167mila separati o divorziati sono dovuti tornare a vivere con i propri genitori. Un'indagine realizzata Demoskopea e Immobiliare.it sulla situazione abitativa degli italiani che affrontano la fine di un matrimonio traccia un profilo di chi oggi si separa nel nostro Paese, con dati interessanti sull'età e la collocazione geografica.
È stato intervistato un campione rappresentativo dei circa 2 milioni e 700mila divorziati italiani. Sono molti appunto i giovani separati, il 24 per cento del totale è under 35, e nella separazione non ci sono più le vecchie distinzioni regionali. Il 27 per cento dei separati o divorziati risiede nel Nord Ovest, il 23 per cento nel Nord Est, il 25 per cento nel Centro e il 25 per cento nel Sud o nelle isole. Più di un terzo dei divorziati, inoltre, risiede nei grandi centri urbani (il 34% in comuni con più di 100mila abitanti) e nell'80 per cento dei casi le separazioni avvengono in famiglie con figli i quali, il più delle volte, non hanno ancora compiuto 10 anni.
C'è poi la questione casa. L'abitazione coniugale in caso di divorzio, anche e soprattutto nelle cause non milionarie e senza grandi patrimoni in ballo, è uno degli elementi che provocano più dispute. Anche per questo sono 167mila i separati o divorziati che sono stati costretti a tornare a vivere con i genitori. In generale due divorziati su tre non vivono più nella casa in cui abitavano da sposati che nel 43,4 per cento dei casi resta al partner, ma meno di un terzo delle volte quest'ultimo ha con sé i figli. Vive ancora nella casa coniugale il 28,9 per cento degli uomini separati e il 37,2 per cento delle donne. Dopo cinque anni dalla fine del matrimonio occupa ancora la casa coniugale meno di un divorziato su 5 (il 19,2% degli intervistati).
Il primo anno dalla separazione è il più difficile anche dal punto di vista economico ed entro i dodici mesi la maggior parte dei separati vive ancora nella casa coniugale (il 57,8%) - magari insieme all'ex partner e da separato in casa - mentre un quarto del campione va a vivere in affitto (il 26,6% fra chi è separato da meno di un anno) e più di uno su dieci torna con la famiglia di origine (il 10,9%). La percentuale generale di chi torna a casa da mamma e papà è al 6,2 per cento, senza distinzioni tra uomini e donne: in numeri, si parla di 167mila italiani che tornano a fare i figli molti anni dopo l'uscita dal nucleo originario.
Più che differenze di genere, si notano tra i "figli di ritorno" comportamenti diversi sia in base alla regione di appartenenza - la percentuale arriva al 7,6 per cento se si considerano le regioni del Sud - sia in base all'età: tra i separati under 35, infatti, il 13,4 per cento del campione è tornato a vivere con i genitori. Va detto comunque che dopo cinque anni dalla fine del matrimonio continuano a vivere con la famiglia di origine solo 43mila persone (il 3,3%), segno che il ricorso al supporto della famiglia sottoforma di ospitalità rimane temporaneo.

Commenti
Ritratto di Gianfranco Robert Porelli

Gianfranco Robe...

Lun, 03/03/2014 - 13:08

La Chiesa sessantottina ha le sue colpe perché si è lasciata corrompere dal "nuovo diritto di famiglia" firmato Andreotti. Difatti i "matrimoni" celebrati dai cattolici (l'Islam ed Ebraismo si salvano) non sono in grazia di Dio, perché il decimo Comandamento "Non desiderare la donna d'altri" stabilisce che la donna abbia un suo proprietario: il capofamiglia. Invece penosi celebranti arrapati di marxismo fanno le elucubrazioni che "la proprietà privata non esiste". Dunque essi non stipulano un vero contratto matrimoniale, ma al massimo una dichiarazione d'intenti cioè un fidanzamento alla svedese. Pertanto l'ovulante sposa, insidiata da tutti (preti compresi) finisce per essere di tutti e di nessuno... ed è posseduta dalla comunità (mentre vota comunista). Urge il ripristino del matrimonio tradizionale, almeno per i richiedenti.

Ritratto di stock47

stock47

Lun, 03/03/2014 - 14:15

Da un punto di vista della fede, condivido il pensiero di Gianfranco Robe... Penso, tutavia che a tutto ciò non sia estraneo, oltre la decadenza dei costumi tradizionali, anche le necessità econmiche e le pretese eccessive che si pretendono dall'altra parte della coppia sia in campo sessuale che econmico che familiare. Quando toccano con mano che l'altro non può adempeire a queste cose, finiscono per tentare di rifarsi una vita, non rendendosi conto che la stanno buttando via del tutto.