E il «rosso» Ingroia diventa arancione: «In politica? Forse»

Si candida, non si candida, alla fine si capisce che resta sempre lì: sul mercato della politica. Antonio Ingroia ha appena raggiunto il lontano Guatemala, per un delicatissimo incarico Onu contro la criminalità, ma le sue frasi rimbalzano sempre più fragorose in Italia. Anche perché il magistrato, assente ma sempre più ingombrante, è capace di parlare contemporaneamente con due quotidiani, una settimanale, un programma Rai come Ballarò. Meglio di un'edicola. E allora la sua parola, complici naturalmente i soliti giornalisti, diventa un ventaglio di voci che si accavallano e qualche volta si contraddicono. Come se ci fosse un Ingroia primo e un Ingroia secondo che sostengono tesi contrastanti.
Il magistrato siciliano, che ha condotto alcune importantissime indagini sul fronte di Cosa nostra e ha scritto saggi graffianti e brillanti sulla mafia, è sempre stato dipinto come una toga rossa. Un'icona di quella magistratura che è e vuole essere un contropotere e non una corporazione. Lui stesso qualche settimana fa ha ammesso di appartenere «a quel mondo», ovviamente quello della sinistra. Perfetto. Ora però si fa avanti con le sue seduzioni la lista arancione di Luigi De Magistris, che propone addirittura per l'ex collega la poltrona di Palazzo Chigi, e così scommettere sul colore del pm diventa un arduo esercizio cromatico. Ieri sul Fatto quotidiano Ingroia sembra però bruciare in un falò tutte queste costruzioni: «Sul punto - spiega nella sua rubrica Diario dal Guatemala - vorrei essere molto chiaro: io non sono mai stato una toga rossa, come non diventerò una toga arancione, ma sempre toga autonoma e indipendente che crede nella giustizia e nell'eguaglianza».
Insomma, par di capire che l'allievo di Paolo Borsellino intenda stare alla larga dal Palazzo e semmai coltivi l'interesse per la politica intesa nel senso più alto e nobile, come strumento per la realizzazione del bene comune. È così o non è così? Nello stesso testo il magistrato rincara la dose: «Non mi interessa essere candidato, non mi interessa un seggio in parlamento».
Partita chiusa? Forse sì, ma forse anche no. Perché il gettonatissimo pm, in versione ventriloquo di se stesso, sembra consegnare al Mattino di Napoli una prospettiva diversa del proprio destino. Sabato, ci informa, sarà in Italia, ad Alba, per partecipare all'assemblea nazionale della nascente lista arancione e vai a sapere che cosa succederà: «Non si può dire che non è un no, non si può dire nulla, io andrò da osservatore, poi vediamo». Il giallo, un po' rosso, un po' arancione, un po' non si sa, resta indecifrabile. Ingroia rimane il sogno non proibito di De Magistris e del suo movimento. E lui stesso, davanti alle telecamere di Ballarò, fa esercizio di equilibrismo: «Non voglio candidarmi, ma voglio fare politica». Double face, dunque.
E il pacchetto non finisce qui: volendo si può piluccare pure da Chi. Dove il pm multicolore torna su un classico come le intercettazioni: «Una mina vagante? Assolutamente sì - risponde sulle conversazioni del Quirinale captate dalla procura di Palermo - tant'è che abbiamo usato una massima cautela nella tenuta del segreto su queste bobine».