Effetto Angelina, se la cura migliore è asportare

La prevenzione dei tumori può significare scelte drastiche come quella di Angelina Jolie che si è sottoposta a mastectomia bilaterale per ridurre quasi a zero il rischio di un tumore al seno. Ma al centro del dibattito scientifico non c'è solo la mammella: da quando sono state individuate delle alterazioni genetiche ereditarie che predispongono a un maggior rischio di cancro gastrico, clinici e studiosi stanno valutando l'opportunità di scelte preventive come quella fatta dalla famosa attrice americana.
Il tumore gastrico è la seconda causa di morte al mondo per neoplasia e presenta un'incidenza diversa a seconda delle aree geografiche: un numero maggior di casi è registrato nei paesi orientali, mentre in Europa è più frequente nei paesi dell'Est e del Sud, compresa l'Italia. Anche per questa patologia può essere necessaria una scelta preventiva analoga a quella di Angelina Joilie, da quando lo scienziato Parry Guilford, ha individuato in una famiglia Maori il gene CDH1 la cui mutazione era alla base della trasmissione ereditaria del cancro allo stomaco in quella famiglia.
Sarà proprio l'individuazione delle alterazioni genetiche ereditarie che, trasmesse in linea diretta, predispongono allo sviluppo del carcinoma gastrico, uno dei tanti argomenti che verranno affrontati a Verona in occasione del decimo Congresso mondiale sul cancro dello stomaco, organizzato dal 19 al 22 giungo dal Gruppo italiano di ricerca sul cancro gastrico, sotto la presidenza del professore Giovanni de Manzoni.
Nel corso dell'evento scientifico, si terrà una riunione con la presenza anche di Guilford per affrontare i problemi legati alla presenza di queste mutazioni per comprendere a quali portatori sani sia giusto proporre l'asportazione di tutto lo stomaco a scopo preventivo, scelta ancora più impegnativa rispetto a quella della Jolie. Al momento attuale non più dell'1 per cento dei cancri dello stomaco sono ereditari, ma anche in Italia sono state individuate tre famiglie portatrici della mutazione di CDH1.
Negli ultimi anni comunque, con l'affinamento dei trattamenti sia chirurgici che oncologici, vi è stato un miglioramento della sopravvivenza nella popolazione italiana colpita da questa malattia: dal 22 per cento negli anni 1986-89 al 34 per cento nel 2005-7.