Gli euroscettici inglesi fanno già festa

Il potere logora. Chi ce l'ha: cioè conservatori e liberaldemocratici, alleati di governo. Ma stavolta a Londra il peso politico non si misura più come su una bilancia, che se non pende a destra cade a sinistra. Stavolta, dopo i risultati delle amministrative di giovedì, i laburisti avanzano ma a rovinar loro la festa e a gustarsi l'antipasto- rigorosamente a colpi di pinte di birra- è il terzo incomodo della politica britannica, quel Nigel Farage che col suo Uk Independence Party si prepara alla grande abbuffata di domani, quando si conosceranno anche i risultati delle elezioni europee e il partito euroscettico potrebbe primeggiare e capeggiare la rivolta dei piccoli contro l'Europa degli euro-burocratici. «La volpe dell'Ukip è entrata nel pollaio di Westminster -festeggiava ieri Farage tra l'ironico e l'orgoglioso- Ora siamo veri contendenti».
I numeri non mentono, anche se parziali: l'Ukip non prende il controllo di nessun comune ma guadagna oltre 130 consiglieri, mentre i Conservatori ne perdono più di 140 e i LibDem 210. I laburisti avanzano con un esercito di oltre 250 nuove pedine, conquistano terreno in città simbolo come Londra e Cambridge, ma lo perdono a favore del partito di Farage nel Nord, tradizionale roccaforte rossa, mentre i Tory contano parecchi feriti nel Sud, specie nell'Essex dove l'Ukip gli fa terra bruciata. Per i LibDem è una catastrofe: il potere e l'innaturale alleanza di governo con i Conservatori sembrano avere devastato il partito che alle politiche del 2010 fu il primo a rompere lo storico bipolarismo inglese.
Ora, al posto dell'ex astro nascente Nick Clegg, vicepremier, c'è un altro outsider a rubare la scena: l'ex mediatore assicurativo della City che lasciò i Conservatori per protesta contro l'adesione al Trattato di Maastricht. L'Ukip, secondo la Bbc che azzarda a proiettare il voto locale su quello nazionale, sarebbe terzo partito col 17%, prima dei libdem al 13% e dopo il Labour al 31% e i Tory al 29%. Una forza pronta al governo se -come sembra- si dovessero verificare tra un anno le condizioni del 2010, quando uno dei due principali partiti -allora si trattò dei Tory- non raggiunse la maggioranza assoluta.
Le cifre, quelle ufficiali, costringono il primo ministro David Cameron ad ammettere che il calo c'è ed è forte -«accade quando si è al governo»- e a pronunciarsi su future possibili alleanze. Sul governo nazionale il leader dei Tory non apre a nessuno, prima si voti, poi si vedrà: «Siamo il partito conservatore. Non facciamo patti e accordi. Lotteremo per una vittoria alle prossime elezioni». Ma sulle amministrazioni locali la storia cambia, «spetta ai consiglieri decidere»: «I nostri Comuni chiaramente prenderanno le decisioni su come offrire ai cittadini migliori servizi a un basso costo», dice il premier lasciando aperto lo spiraglio di intese su singoli temi. Costretto a dire che non si dimetterà, nonostante il flop elettorale, è il vicepremier liberaldemocratico Nick Clegg, la cui leadership sembra ormai al capolinea.
Ma se la crisi dei conservatori e dei libdem può considerarsi fisiologica e annunciata, è il mancato trionfo dei laburisti che preoccupa. Così il leader Ed Miliband finisce nel mirino: «È stata una campagna elettorale completamente sbagliata e soprattutto sbagliata è stata la decisione di non attaccare direttamente l'Ukip» tuona contro il suo boss il deputato John Mann, secondo cui il Labour avrebbe dovuto sfruttare di più l'ammirazione per Margaret Thatcher vantata da Farage.
Mentre le analisi si sprecano -la consigliera del partito euroscettico Suzanne Evans sostiene che a Londra siano «troppo colti» per votare Ukip e sembra farsene un vanto-, mentre qualcuno prevede che la bolla favorevole all'Ukip si sgonfierà presto, Farage festeggia come al suo solito, in un pub. E si sfrega già le mani in vista di domani. Se anche arrivasse secondo sarebbe già un grande traguardo. Ma il Grillo britannico che considera tutti uguali i partiti tradizionali e l'Unione europea una grande truffa ora punta davvero alla vittoria.