"Fate nascere i bimbi a casa". Soldi a chi non va in ospedale

Il movimento per il parto "supernaturale" ha un nuovo alleato, le Regioni che ora rimborsano le spese. Ma molti restano contrari

Sono ottocento euro: soldi che la Regione Lazio darà alle donne che sceglieranno di partorire in casa. Nel proprio letto, con due ostetriche accanto, magari il marito, ma nessun medico, nessun muro d'ospedale, nessuna corsia. Non coprono tutte le spese necessarie, ma sono un simbolo, un segnale: una spinta a ripercorrere una strada che per millenni è stata normale, ma che ormai è intrapresa da pochissime donne. Una battaglia vinta per un movimento che da anni cerca di riportare il parto alla «natura». Ma perché partorire a casa, quando in ospedale si è più sicure? È una domanda a cui la gran parte delle donne, almeno in Italia, risponde univocamente: e sceglie l'ospedale. Il Lazio è solo l'ultima delle Regioni a rimborsare in parte le spese per il parto in casa: ci sono già Piemonte, Emilia Romagna, Marche, le province di Trento e Bolzano, che concedono contributi più elevati, oltre i mille euro.

Ma il punto non è il costo: è la sicurezza. Perché (quasi) a nessuno piace frequentare ospedali, ma è ormai dato per scontato che fare nascere un bambino in sala parto dia più garanzie, alla mamma e al piccolo. È il cuore del dibattito, il punto su cui spesso si scontrano ginecologi e ostetriche, sostenitori del parto «tutto naturale» e di quello «ospedalizzato». Ora i numeri - spiega lo studio britannico Birthplace (cioè «luogo di nascita») - dicono che, se la donna è alla sua prima gravidanza, le probabilità di rischio sono maggiori in casa (9,3 su mille) che in ospedale (5,3); ma dal secondo figlio in poi le percentuali sono identiche. Tanto che il National Insitute for Health and Care è arrivato a incoraggiare il parto in casa quando ci siano le condizioni, e a considerare l'ospedale come la soluzione adatta solo ai casi più complicati. Anche perché così la sanità risparmierebbe parecchio.

È una svolta di mentalità, sulla scia anche del caso olandese: un paese dove - per l'Occidente - il numero di bambini nati a casa è un record, quasi un terzo del totale. Anche perché il sistema favorisce la scelta alternativa: se la mamma e il bebè non corrono rischi, ma la donna decide di partorire in ospedale, deve poi pagare le spese (in caso contrario, il ricorso alla sanità è gratuito). In Italia sono circa mille e cinquecento le donne che ogni anno partoriscono a casa: una minoranza che, per alcuni, è segno di arretratezza; per altri è già troppo. Poche, ma comunque - nella convinzione di molti - folli: perché rischiare? Annamaria Gioacchini ha deciso di diventare ostetrica dopo aver dato alla luce sua figlia in ospedale, 34 anni fa. Negli anni Ottanta, a Roma, ha cominciato ad aiutare le donne ad avere i loro figli in casa. Oggi fa parte di «Nascere a casa», una associazione di ostetriche impegnate in questa battaglia. Per lei il parto a casa «non è una moda: garantisce alla donna l'intimità e la tranquillità di cui ogni donna ha necessità in questo evento». I rischi? «C'è un'ansia incredibile sul parto, ma l'Organizzazione mondiale della sanità ha definito il parto fisiologico in casa sicuro quanto quello in ospedale, se seguito da personale adeguato». Le condizioni sono due: «Una anamnesi di gravidanza fisiologica e l'assenza di patologie nella donna».

L'assistenza è garantita da due ostetriche, si spendono circa tremila euro, oltre alla visita a domicilio del pediatra entro le prime ventiquattro ore. Insomma gli incentivi regionali arriverebbero a coprire, al massimo, la metà della spesa: non tutte possono permetterselo. «Molte straniere del Nord Europa hanno l'assicurazione che le rimborsa: perché per loro è la normalità, per noi è l'eccezione» spiega Gioacchini. Tutt'altro discorso per le ricche e famose. Ci sono le fan del cesareo, e ci sono le «naturiste»: «Le celebrità hanno tutta la possibilità di garantirsi un'esperienza meravigliosa. Perché non farlo?». Ora, oltre agli sponsor, arrivano i soldi pubblici: il movimento del parto supernaturale è sempre più forte. Anche se la scelta, alla fine, spetta solo alla futura mamma.

Commenti

Raoul Pontalti

Ven, 16/05/2014 - 01:42

Il parto è un atto naturale, fisiologico e non va ospedalizzato se non nei casi estremi. Anche parti "distocici" possono tranquillamente espletarsi a domicilio con l'assistenza di un medico ostetrico (ostetrico e non ginecologo essendo il parto, i due ultimi terzi della gravidanza e il puerperio di pertinenza dell'ostetricia, non della ginecologia). I casi estremi possono tranquillamente prevedersi con le opportune visite ostetriche durante la gravidanza. Emergenze sopravvenute in genere possono trattarsi ugualmente a domicilio, compreso il taglio cesareo (ovviamente da parte del chirurgo ostetrico, non della mammana). Il parto a casa è più naturale ed espone a minori rischi di infezione sia la madre che il neonato, non viene richiesta l'induzione farmacologica del parto stesso (spesso causa di distocia e di traumi da parto). La scoperta dell'acqua calda, ma vallo a dire ai medici ostetrici ospedalieri...Si sono inventati anche il parto indolore, autentica scemenza costosa e dannosa che viola le regole naturali che vogliono il dolore non per maledizione biblica ma più prosaicamente per garantire il sollecito e regolare espletamento del parto. Ma il parto indolore comporta ospedalizzazione, con guadagno per anestesisti, ostetrici, infermiere e costo a carico del contribuente. Che poi madre e figlio ne possano uscire danneggiati naturalmente è irrilevante...