«Ho scoperto il virus dell’Aids, ora cerco il Dna dell’acqua»

Eau. Acqua, culla di vita. Terre. L’acqua e la terra sono d’argento a Lourdes. Sullo sfondo di questo paesaggio unico il premio Nobel Luc Montagnier ha tenuto, nell’emiciclo a fianco della celebre roccia, utero d’apparizione mariana, una relazione sull’acqua, in occasione del primo Colloquio scientifico internazionale «Lourdes, la salute e la scienza: cosa significa guarire oggigiorno?» organizzato dal Bureau des Costatations Medicales. Quale prodigiosa, sconosciuta apparizione può essere racchiusa nella memoria dell’acqua? Questa la domanda sottesa nella relazione dello scopritore del virus dell’Aids. Lo scienziato si sfida e sfida nel volume «Il Nobel e il Monaco», da poco tradotto in italiano nelle edizioni Giunti, e che Montagnier presenterà in anteprima a «Roma incontra» e alla Versiliana. Un colloquio tra un credente e un agnostico, dove il credente è il monaco cistercense Michel Niaussat.
Professor Montagnier, un agnostico che viene a Lourdes due volte. Una del 2003 e un’altra nel 2012. Perché?
«Da molto tempo questo luogo desta in me una vivace curiosità per gli avvenimenti accaduti qui che non possiamo ignorare. Sono portato a vedere questi avvenimenti quasi come un monito all’evoluzione della medicina, una sorta di invito ad incontrarci, scienza e non scienza, su una strad che indica un futuro tutto da disegnare».
Una strada liquida, ovvero fatta d’onde, volumi e forme che ancora contengono verità ignote, come la sua relazione sull’acqua. Quale identità misterica possiamo dare a questo elemento?
«Poiché siamo partiti dai lavori di Jacques Benveniste, ancora controversi, bisogna procedere passo dopo passo per innescare un cambiamento di idee nella comunità scientifica. Far digerire ai miei colleghi che l’acqua conserva la memoria delle sequenze del Dna è un’impresa! Ma se riusciamo a dimostrare che l’Alzheimer, ad esempio, è associato alla presenza di alcuni batteri o di alcune sequenze del Dna nei vasi sanguigni che circondano il cervello, avremo superato un grande ostacolo nell’individuazione precoce della malattia e forse nella sua prevenzione. Parlare d’acqua è trattare di una forma di intelligenza».
Nella sua vita c’è stato per caso un fenomeno a cui non è riuscito a dare una spiegazione?
«Sì. A causa di un incidente da bambino sono quasi passato dall’altra parte. Sono stato in coma. Ma eccomi, sono qui ed è per questo che ho sempre un’attenzione particolare per i bambini malati, ma soprattutto per la vita».
Di quanto vorrebbe allungare questa vita?
«Il 18 agosto compio ottant’anni ma sento d’avere ancora troppe cose da fare. Diciamo che un’età buona per morire sarebbero duecento anni. Volevo dire cento e sessanta, ma meglio abbondare».
Cosa le piacerebbe scoprire?
«Vorrei riuscire a decostruire attimo dopo attimo, millimetro dopo millimetro l’impressionante processo di costruzione che da una cellula ha generato la creazione di un essere umano. Questo mi affascina totalmente».
Include in questo processo l’intervento della mano di un Creatore?
«Architetto, mi identifico nella parola architetto. E’ più umana. Quando mi accingo allo studio di qualcosa mi prospetto sempre come un architetto».
Generando i suoi figli non si è sentito un creatore?
«Un riproduttore, meglio questo termine. Ho riprodotto una copia di quello splendido essere, l’uomo, che il frutto di un’evoluzione culturali di 3 miliardi e mezzo di anni. Incredibile!».
Potremmo sconfiggere la morte un giorno?
«No, non siamo immortali. Se fossimo immortali non potremmo più riprodurci».
Quando non è uno scienziato cosa fa?
«Adoro la musica. Suono il pianoforte. Il Concerto numero 21 di Mozart».
Un incontro della sua vita che non dimentica.
«Quando ho portato la papaya a Giovanni Paolo II».
L’amore?
«Ah, l’amour, l’amour». Si stupisce come un bimbo, come l’acqua da cui il nostro corpo trae e scienza e mistero. Insieme.