I ricercatori italiani? Poveri, ma bravi

Ricercatori italiani: poveri ma bravi, molto bravi. A tal punto che fanno le scarpe ai francesi, agli inglesi, agli olandesi nell'aggiudicarsi le borse di studio a livello internazionale. Ma la notizia che esalta il nostro orgoglio nazionalista si ferma qui. Accanto ce n'è un'altra che lo affossa immediatamente: gli scienziati italiani incassano il premio e poi scelgono una sede estera per svolgere la propria ricerca, snobbando l'Italia.
La conferma di questo andazzo - dietro a cui ci sono molti perché -la offre il Consiglio europeo della ricerca (Cer). Ieri sono stati resi noti i risultati di un concorso in cui 312 scienziati di punta si divideranno 575 milioni di euro, con una media per borsa di studio di consolidamento che va dal 1,84 milioni di euro fino a 2,75 milioni.
A primeggiare, spicca il gruppo dei tedeschi (48 borse di studio) seguito da quello italiano (46). Il terzo posto in graduatoria se l'aggiudicano i francesi che sono molto distaccati sul podio (33 ricercati). Infine gli inglesi (31) e gli olandesi. Insomma, c'è da essere orgogliosi dei cervelli nostrani che però arricciano il naso quando si tratta di lavorare nel paese natio. Preferiscono spiccare il volo nel Regno Unito (che ospita ben 62 ricercatori), o in Germania (43) oppure in Francia (42). L'Italia, tra i 21 paesi ospitanti è fanalino di coda. E il perché lo chiediamo al rettore dell'Università di Padova, Giuseppe Zaccaria, alla guida dell'Ateneo in vetta alla classifica Anvur sulla qualità della ricerca in Italia: «I ricercatori italiani vincono le borse di studio grazie anche alle nostre università che offrono una formazione ottima – premette il rettore - Quando poi vincono i finanziamenti scelgono l'estero perchè l'Italia non è competitiva: le università straniere sono in grado di offrire stipendi più alti, garantiscono possibilità logistiche invidiabili, ottimi laboratori. Da noi, invece, sono costretti a da svolgere una marea di compiti burocratici, un aspetto scoraggiante perché distolgono i gruppi dalla ricerca dai loro obiettivi. Uno va all'estero non tanto per i soldi ma per stare tranquillo».
In pratica, i ricercatori passano più tempo a fare i passacarte che a studiare cosa che non accade oltre confine. Zaccaria lo sa bene tanto che questa istanza di sburocratizzazione del sistema l'ha chiesta «ripetutamente a più ministri anche come conferenza dei rettori». Ma a Roma sembra che la cosa non sia strategica. In quattro anni l'Università ha perso quasi un miliardo di euro e i ricercatori, a causa del blocco del turnover, sono scesi da 60 a 50 mila. Ma Zaccaria non ha perso grinta e spirito di iniziativa. «Non possiamo perdere i nostri cervelli. Noi lottiamo, resistiamo e stiamo in piedi. Per esempio, nel mio ateneo ho organizzato un Piano giovani studiosi. A chi è brillante, versiamo lo stipendio e un budget per sviluppare la ricerca e avere dei collaboratori. Come accade all'estero».