Italicum, il patto tiene Il governo corre a votare per allungarsi la vita

Alla Camera passa l'accordo Renzi-Berlusconi grazie a Forza Italia. Bocciate preferenze, primarie e doppia indicazione di genere. Solo 20 voti di scarto: ministri e sottosegretari decisivi 

Roma - Via libera al cardiopalma all'Italicum. Soltanto undici persone, quanto una squadra di calcio, tengono in piedi Renzi. L'ultimo emendamento che introduce la doppia preferenza di genere viene bocciato per un soffio: 297 no, 277 sì e un astenuto. Soltanto venti voti di scarto. Il Pd è frantumato da più di cento franchi tiratori e il premier chiede l'sos di ministri e sottosegretari per portare a casa il risultato. Il governo salva il governo.
Renzi rischia la pelle alla Camera. Nel Pd c'è aria di resa dei conti e il premier lo sa. Intuita l'antifona già al mattino, mostra i muscoli; si presenta all'assemblea dei deputati del suo partito e avverte: «Non c'è da mantenere un patto con Berlusconi – cerca di rabbonire i suoi nemici interni - Ma un impegno che come partito abbiamo preso profondo, netto, chiaro». Poi minaccia: «Se qualcuno non vuole votare oggi lo deve spiegare bene fuori di qui». Una sfida agli avversari interni a cui poi apre sulle quote rosa: «Se ci saranno le condizioni per discutere al Senato di parità di genere riapriremo le discussioni». Tutto bene? Nient'affatto. Bersani gli dichiara guerra: «Al Senato sarà necessario cambiare e Berlusconi se ne farà una ragione».
Il clima è tesissimo e pure Francesco Boccia lo schiaffeggia: «Ci siamo impegnati a cambiare le preferenze e la parità di genere e ora tutto ciò viene rinnegato. È evidente che nel partito c'è un nuovo gruppo di maggioranza. Un gruppo in cui c'ero anch'io ma adesso non più». Il Pd si sfarina col passare delle ore.
Man mano che si vota, la maggioranza va sull'ottovolante. Passa la norma che introduce il secondo turno di ballottaggio per chi non supera il 37% dei voti. Passano le soglie di sbarramento al 4,5% per i partiti coalizzati, all'8% per i coalizzati e al 12% per le coalizioni. Ma che la giornata rischi di essere una battaglia lo si vede sull'emendamento La Russa che prevede la reintroduzione delle preferenze. La modifica non passa ma per il rotto della cuffia: a favore 264, contrari 299. Mancano all'appello soltanto 35 voti. Pochissimi. A Renzi tremano i polsi perché, in serata, è previsto un altro emendamento analogo a quello La Russa, firmato da Gregorio Gitti dei Popolari per l'Italia. In Transatlantico corre voce che molte donne del Pd sarebbero pronte ad affossare l'Italicum per una sorta di ritorsione contro la bocciatura delle quote rose, unendosi ai tanti antirenziani. Che qualcuno cerchi la sponda nelle colleghe di Forza Italia lo dimostra Laura Ravetto che, tuttavia, si chiama fuori: «Renderò il mio voto palese alzando le dita». Non vuole che le si addossi la responsabilità di un eventuale patatrac. Come lei anche altre deputate azzurre che, nonostante lo smacco delle quote rosa affossate, votano compatte secondo l'indicazione del partito. Una stampella determinante per Renzi.
Il premier intanto trema; sconvoca la riunione preparatoria del Consiglio dei ministri e ordina ai membri del governo di correre alla Camera per votare. Ci sono Boschi, Mogherini e la partoriente Madia, più un battaglione di ben 11 sottosegretari. Una cosa mai successa prima; forse neppure al Prodi II che restava in piedi grazie alla stampella dei senatori a vita. Rosy Bindi esce allo scoperto e lo annuncia in modo esplicito: «Non mi nascondo dietro il voto segreto: voterò l'emendamento Gitti in dissenso dalle indicazioni del gruppo del Pd». Bindi ci mette la faccia ma accanto a lei ci sono almeno altri 100 frondisti. L'emendamento viene bocciato per un pelo e il premier tira un sospiro di sollievo. In serata, il rinvio a questa mattina del voto finale. Ma dopo la legge passerà a Palazzo Madama dove Renzi ha numeri ben più risicati. Tuttavia, al Senato, non c'è il voto segreto e se si vorrà sabotare l'Italicum lo si dovrà fare a viso aperto.