L’ultima trovata del Fisco Ora ci spia pure al telefono

di Quanto e cosa ci vorrà ancora prima di dire basta? La perquisizione punitiva in dogana con il guanto di lattice è sempre stata una gag da film comico, invece di questo passo l’Agenzia delle Entrate sta portando le ispezioni invasive alla routine, per tutti, e soprattutto in danno a coloro che, avendo pagato tutto, avrebbero ogni diritto di essere lasciati in pace. La novità del giorno, dopo la geniale proposta di eliminare (unici al mondo) il contante, per sostituirlo con carte di debito comode, tracciabili e «prelevabili» dal Grande Fratello di turno, è rappresentata dall’editto di Attilio Befera che impone alle società telefoniche di consegnare all’Agenzia delle entrate tutti i dati relativi alle utenze telefoniche in modo da poter effettuare «controlli di congruità» fra le spese telefoniche e il reddito dichiarato.
Si tratta dell’attuazione del famoso «redditometro» che prevedeva la raccolta dei dati delle utenze (luce, gas e telefono) ai fini fiscali e approvato in sordina da un poco lucido Parlamento. Se, tuttavia, l’intento del legislatore probabilmente si intendeva semplicemente come esistenza di un’utenza per verificare ad esempio se una casa fosse effettivamente sfitta o meno, la circolare relativa ai telefoni appare altra cosa, infatti oltre alle utenze in atto ecco che l’Agenzia delle entrate pretende di sapere «tutti i dati relativi a tali utenze, al consumo telefonico fatturato incluse le ricariche».
Tuttavia, ci dicono, non dobbiamo preoccuparci perché i dati e le notizie, che pervengono all’anagrafe tributaria sono «raccolti e ordinati nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei contribuenti». Possiamo dire che non ci crediamo senza passare per difensori degli evasori? Possiamo dire che in un Paese colabrodo come il nostro, dove persino i dati raccolti dalla magistratura sgorgano per ogni dove come pozzi artesiani, non abbiamo un minimo di fiducia sulla sicurezza dei dati raccolti dall’Agenzia delle entrate? Se fossimo competitivi verso la Germania con la nostra industria come lo siamo nell’emulare la vecchia Ddr per i controlli la crisi sarebbe un ricordo.
Dalle cifre fatturate ai tabulati con le telefonate lo spazio è minimo (d’altra parte in caso di contestazione proprio quelle saranno oggetto di analisi) e quindi, una volta varcata questa tenuissima soglia, il Fisco avrà squadernato davanti agli occhi non solo quanto e dove spendiamo (grazie all’anagrafe dei conti correnti) ma anche quanto e a chi telefoniamo. Un arsenale ricattatorio e persecutorio senza eguali in mano a non si sa bene a quale esercito di persone. Non erano secoli fa, ma solo il 2006 quando scoppiò il caso degli accessi illegali all’anagrafe tributaria: allora fecero l’errore di andare a guardare nei conti di Prodi e il fatto venne a galla. Succederà lo stesso per il signor Bianchi e a chi telefona oppure le informazioni di tutti verranno vendute al miglior offerente?
Ma poi, che vantaggio si ottiene da quest’invasività assurda? Una linea telefonica senza limiti di conversazione costa poche decine di euro: è forse da questa minispesa che si possono individuare i grandi evasori? Non scherziamo: se uno dichiara zero (e in Italia sono la bellezza di undici milioni, non ci vuole la Cia per andarli a scovare nascosti nella giungla, tolti i bambini sono quasi un quarto della popolazione) non è certo decisiva la prova del possesso del telefono dato che, quanto meno, si presume che costoro mangino per sopravvivere o che abbiano ben altri indici di ricchezza, quali casa o vettura. Perché quindi volere i dati delle utenze quando ben altri indizi sarebbero sufficienti? I sospetti che alla fine si vada verso un’intollerabile società di spiati sono molto forti.
Tutte le dittature hanno sempre avuto una scusa per seppellire le libertà dei cittadini: caccia ai sovversivi, agli eretici e agli untori... per noi la scusa potrebbero essere gli evasori.
Twitter: @borghi_claudio