Le larghe intese? Più facili oggi che nel '76

C'è chi giustifica il rifiuto bersaniano a governare con il Pdl con l'esempio del governo Andreotti del '76 a cui il «responsabile» Enrico Berlinguer permise di vivere grazie all'astensione e senza volere ministri. E allora perché non proponiamo un governo del capo di Stato maggiore come con Pietro Badoglio nel 1943? Si dirà: ma allora c'era la guerra. Ma anche nel '76 c'era una sorta di guerra seppure fredda: sono gli anni in cui militari filocomunisti compiono un colpo di Stato a Lisbona, in cui Angola e Corno d'Africa (e corrispettivo Yemen del Sud) finiscono sotto controllo sovietico e in cui l'Armata rossa si prepara a invadere l'Afghanistan mentre Varsavia organizza un autogolpe per evitare l'intervento di Mosca. Intanto Leonida Breznev installa missili a media portata che modificano il quadro strategico nel Vecchio continente. È il periodo in cui L'Urss - approfittando di un'America stordita da Vietnam, da Watergate e sberle ricevute dai khomeinisti - appresta l'ultimo tentativo egemonico cercando di finlandizzare l'Europa. E a queste iniziative il «responsabile» Berlinguer seppur critico non si oppone in modo sistematico. Al di là di pur rilevanti prese di posizione «a parole», il leader dei comunisti italiani marcia contro i missili americani ma non contro quelli con su la stella rossa, festeggia le vittorie portoghesi e africane (pur criticando quel che avviene a Kabul e in Polonia), contesta alcune scelte moscovite ma con pari violenza i dissidenti: ricordatevi, per esempio, del boicottaggio del Pci alla Biennale di Carlo Ripa di Meana. È possibile comparare l'Italia di allora all'attuale senza ricordare il quadro internazionale? È un atto di profonda disonestà intellettuale. Oggi non esiste un contesto internazionale che impedisca le scelte (cioè veri governi di coalizione) che in tutti i Paesi europei vengono normalmente intraprese quando non c'è una maggioranza parlamentare netta, non c'è un «vincitore». Così è successo in Germania, così avviene in Olanda. Persino la naturalmente bipolarista Gran Bretagna è ora retta da un'intesa tra conservatori e liberali. E la ragione per fare un governo con un programma chiaro di coalizione tra forze che possano reggerlo con adeguata solidità (e quindi Pd e Pdl) è speculare a quella del '76: allora si doveva prendere atto di un contesto che non permetteva governi «unitari». Oggi la situazione internazionale ce lo imporrebbe perché da due anni con il governo dell'ameba Mario Monti la nostra sovranità è stata ben bene vulnerata anche per incertezze ora americane ora tedesche, nonché per il servilismo di settori innanzi tutto della magistratura verso qualunque potere che non sia nazionale. Un governo sia pure a termine ma pienamente sostenuto in un contesto in cui non vi sono divisioni internazionali che lo impediscono (ma semmai solo interessi segnati da miope egoismo) in grado di fare anche alcune riforme istituzionali sarebbe proprio ciò che serve per la nostra sovranità popolare e dunque nazionale.