L'auto-mito di Nuvolari venduta all'asta per 9 milioni di dollari

L'Alfa Romeo della leggenda che ha regalato emozioni irripetibili

C'era un tempo in cui la gente portava nomi così, Benito, Costanzo, Galeazzo, Achille, Tazio. Non è che stia citando a caso ma esiste una storia che lega quella gente lì. Hanno venduto all'asta un'Alfa Romeo rosso vinaccio, modello 8C-35 dell'anno 1935, l'hanno pagata, con la migliore offerta al telefono, 9 milioni e mezzo di dollari, dico 7 milioni di euro. Era l'automobile di Tazio Nuvolari che sfrecciò per prima il traguardo della coppa Ciano, dedicata a Costanzo Ciano, padre di Galeazzo. La corsa portava il nome di coppa Montenero, lungo il circuito di Livorno, città di origine di Costanzo.

Achille era Varzi, il più grande rivale insieme con Bernd Rosemeyer, del mantovano volante, come lo vollero chiamare, Perché Nivola era come il suo cognome, stava in macchina leggero, con i suoi centimetri da fantino, ma veniva portato dal vento a correre e a vincere, dovunque, comunque, rompendo volanti, spaccando pezzi di carrozzeria, guidando ammaccato anche lui, la spalla, il polso, il fianco, bloccati dal gesso, dalle bende, un martire, un eroe perché l'epoca questo richiedeva, il desiderio del mito, la voglia di urlare come il motore di un bolide, nella Mille Miglia, sollevando polvere e sogni. Quella macchina lì, l'Alfa 8c gli finì tra le mani, dopo che il Pintacuda, al quale era stata affidata, aveva rotto la trasmissione. Carlo Maria Pintacuda era un fiortentino che sapeva andare da dio, in verità finì la sua esistenza in Argentina dietro il bancone di un negozio di alimentari.

Quel giorno lì lo richiamarono ai box e l'Alfa passò al Nivola che incominciò a dare il gas e a superare tutte le Auto Union del mondo, per arrivare primo e così fu. Nuvolari divenne il mito del Vate, Gabriele D'Annunzio volle regalargli una tartaruga d'oro con dedica: «all'uomo più veloce, l'animale più lento». Nivola si fece cucire sul petto della tuta l'animale per fargli provare l'ebrezza del controvento a cento all'ora. A sentire gli storici Tazio Nuvolari preferiva esibirsi in maglione giallo, pantalone azzurro e gilet di pelle marrone, indumenti che gli furono messi a fianco nella bara, quando decise di salutare il pubblico l'undici di agosto del Cinquantatre. Quando si conobbero, lui e Ferrari, si annusarono e si capirono quasi senza parlare, Castel d'Ario, il paese dove nacque Tazio, da Arturo, agricoltore e ciclista, ed Elisa, casalinga, sta a settanta chilometri da Modena dove Il Sceriffo, come Nivola chiamava l'Ingegnere, incominciò la storia propria e dell'Italia che andava in automobile da corsa. Quando Il Sceriffo lo spedì a vincere la Targa Florio, Nivola gli mise giù queste parole che erano come tre giri di vantaggio: «Dicono che sei un bravo amministratore ma mi accorgo che non è vero. Dovevi farmi riservare solo il biglietto di andata, perché quando si parte per una corsa bisogna prevedere la possibilità di tornare in un baule di legno».