La lezione belga per abbattere il debito (senza lacrime)

Milano Anche se Mario Draghi riuscirà ad armare il bazooka anti-speculazione, con inevitabile raffreddamento degli spread, il processo di risanamento dei conti pubblici italiani non potrà certo essere interrotto. Lo stesso Draghi, nell'elogiare nei giorni scorsi gli sforzi compiuti dal nostro Paese, ha subito puntualizzato che «ovviamente» questo impegno dovrà proseguire. Se i differenziali tra i nostri Btp e il Bund tedesco scenderanno a livelli più sostenibili, è evidente che i benefici sul servizio del debito si faranno sentire. Ma con una recessione severa che continuerà a mordere fino ad almeno la seconda metà del prossimo anno, mettendo in difficoltà sia le imprese sia le famiglie, è facile prevedere un calo delle entrate fiscali. Il cammino virtuoso intrapreso dalla finanza pubblica potrebbe quindi complicarsi. E rendere necessarie nuove manovre correttive.
L'ideale sarebbe evitare di riproporre misure dolorose, come per esempio un ulteriore aumento dell'Iva dall'attuale 21 al 23%, al momento sospeso fino al 30 giugno 2013. Ancor meglio sarebbe riuscire a replicare il miracolo del Belgio, che in 14 anni, come ricorda un servizio de Linkiesta, ha abbattuto il proprio debito dal 140% all'84% (anno 2007). Nulla di esoterico, peraltro. La maxi-manovra di rientro ha infatti avuto come principio cardine uno dei fattori che in Italia ostacolano la crescita economica: il costo del lavoro. Il Belgio ha agito soprattutto su questo versante, muovendosi con l'idea di dare una spinta alla competitività delle imprese. In questo modo è stata ripetutamente alleggerito il peso dei contributi a carico del datore di lavoro, con un abbattimento delle aliquote dal 43 a poco più del 40%, spostando il prelievo sui profitti aziendali. Quindi, è stata cancellata la pletora di agevolazioni e sovvenzioni pubbliche ed eliminati gli abbattimenti fiscali. Contestualmente, allo scopo di salvaguardare il potere d'acquisto, Bruxelles ha deciso di alzare le tasse solo ai contribuenti con i redditi più alti.
Nel complesso, la pressione fiscale è passata dal 43,3% del 1993 al 45% del 2002 (nel 2010 era però già scesa al 43,9%), ma con una progressione tutto sommato tollerabile. In quello stesso periodo il governo è riuscito a congelare la spesa pubblica (ridotta al 5,5% del Pil), portandola al di sotto del gettito, con tagli mirati nella difesa e nella pubblica amministrazione. Salvi, invece, welfare e istruzione. Quanto alla previdenza sociale, i risparmi sulle pensioni sono state garantiti depurando il paniere dell'inflazione da carburanti, alcol e tabacchi. Insomma, nessuna riforma.
Un altro capitolo importante ha riguardato le privatizzazioni. Mentre il Belgio ha utilizzato gli introiti per non perdere di vista l'obiettivo del pareggio di bilancio annuale, l'Italia si è comportata diversamente: i circa 30 miliardi di euro incassati negli anni '90 dalla cessione dei gioielli di Stato non sono stati messi al servizio dell'abbattimento del debito pubblico, ma sono serviti per finanziare la spesa pubblica.
Anche se nel corso degli anni il debito pubblico belga ha ripreso a salire a causa della crisi internazionale, della mancanza di un governo dal giugno 2010 all'ottobre 2011 e dal crac del colosso bancario Dexia, ancora oggi Bruxelles è in grado di spendere un bonus di credibilità dato proprio dal risanamento effettuato in quel periodo. Ecco perché il Belgio riesce a piazzare i propri bond a tassi vicini allo zero mentre l'Italia soffre la febbre da spread.