La lotta per la vita e l'istinto animalista

Ci sono valide ragioni sociologiche e psicologiche per cui sedicenti animalisti o animalisti puri dovrebbero essere comunque dalla parte di Caterina Simonsen, la studentessa gravemente malata che dice sì alla sperimentazione animale. Per la nostra capacità innata di sentire il dolore dei nostri simili, l'empatia. Caterina è umana come noi, giovanissima e sofferente. Potrebbe essere nostra figlia, una sorella, l'amica o collega universitaria. Il nostro senso di appartenenza ci dovrebbe portare naturalmente a preferire i membri del nostro gruppo sociale. La leonessa ucciderebbe un umano per sfamare i suoi cuccioli. Lo dimostrò nel 1971 Henry Tajfel con un esperimento che fece storia. Lo psicologo riunì un folto gruppo di studenti in un'aula e presentò loro delle coppie di quadri astratti di cui solo lo sperimentatore conosceva i due autori: Kandinskij e Klee. Fu chiesto loro di scegliere per ogni coppia il quadro preferito e in base al numero di preferenze espresse da ognuno si formarono due gruppi distinti, quelli che amavano Kandinskij e gli ammiratori di Klee. Gli studenti furono poi sottoposti a un altro esperimento nel quale dovevano assegnare somme di denaro agli altri partecipanti. Si scoprì che assegnavano le somme più ingenti a quelli che come loro, nell'esperimento precedente, avevano scelto lo stesso pittore come preferito. Si dimostrò che per attivare il senso di appartenenza psicologica basta una distinzione banale. Se tifo per l'Inter nel derby non sopporterò Balotelli ma se poi giocherà nella Nazionale lo amerò perché mi rappresenta. L'individuo sente la sua identità sociale perché dal benessere e dall'immagine del gruppo deriva il suo benessere. Abbiamo una «interdipendenza obbligatoria» perché dall'impegno collettivo dipende il raggiungimento dell'obiettivo: sopravvivere. Cosi come il bambino non può sopravvivere senza i genitori, il singolo individuo non sopravvivrebbe al di fuori della sua comunità che gli garantisce le cure e il cibo. Se gridiamo a Caterina che preferiamo la sua morte a quella di 10 ratti da laboratorio, e lo diciamo proprio a lei che ci sta mostrando il suo desiderio di sopravvivere, ci stiamo condannando a morte. Stiamo rinnegando il nostro senso di appartenenza alla civiltà umana. In un dibattito scientifico la posizione animalista è legittima e comprensibile. Di fronte ad una giovane vita che lotta una reazione pseudo animalista aggressiva non è più giustificabile. Come se l'amicizia con gli animali ci stesse più a cuore di quella con gli umani...
karenrubin67@hotmail.com