Le imposte portano solo spese: un circolo vizioso da spezzare

Le prossime sfide del governo: bloccare l'Iva, ridurre l'Irap e tenere sotto controllo la Tares

La pagina del modello F24 alla voce Imu

Mestre è più interessante di Cernobbio. Non mi riferisco al turismo. Ma al fatto che, mentre alla riunione dei big della finanza a Cernobbio si sono sentite le solite cose, la Cgia di Mestre ci ha comunicato che la pressione fiscale nel 2013 salirà al record del 44,2% del Pil (il prodotto nazionale lordo). Ed avrebbe superato il 44,4 se non fosse stata eliminata l'Imu sulla prima casa, che incide per lo 0,3%. La Cgia mestrina ci informa che quel 44,2% non include l'aumento dell'Iva, che per ora è scongiurato e neppure la seconda rata di Imu prima casa. Dunque ci sono due cose da considerare. La prima è che la nostra economia stenta a crescere anche a causa di un eccesso di pressione fiscale. L'altra è che il Pdl, con le battaglie condotte da Berlusconi, ha evitato, in questo campo, il peggio. Il 44,2% è meno peggio del 44,4% che avremmo subito con l'Imu prima casa e del 45,6% che avremmo subito se, oltre alla stangata Imu con cui Monti pensava di salvare l'Italia, avessimo dovuto sopportare anche l'Iva ordinaria al 22%. Tale aumento, che doveva partire a luglio, avrebbe gravato su moltissimi beni e servizi, dagli elettrodomestici all'abbigliamento passando per giocattoli, cartoleria, cosmetici, auto, prestazioni dell'idraulico (se fa la fattura) e altro, con una pressione annua di 4/5 miliardi al netto dell'evasione. Con tale aumento l'economia non registrerebbe, a fine anno, lo sperato miglioramento. E nel 2014 la ripresa - prevista in un flebile 0,4 - si ridurrebbe quasi a zero. Così la pressione fiscale in percentuale sul Pil salirebbe ancora. Il governo Letta per ora non ha messo le mani nelle tasche degli italiani, anzi ha restituito qualcosa. Questa è la notizia buona. Quella cattiva consiste nel fatto che in Italia dal 1980 al 2013 la pressione tributaria e contributiva - come informa l'osservatorio di Mestre - è passata dal 31,3% del Pil al 44,2. Cioè è salita di 13 punti. Però nel 1980, aggiungendo alle entrate fiscali le patrimoniali pari al 3%, il deficit pubblico era il 7% del Pil. Nel 2013 aggiungendo il 3% circa delle entrate patrimoniali a quelle fiscali il deficit si è ridotto al 3%. Quindi ci sono 4 punti in meno nel deficit. A parità di deficit, l'aumento di pressione fiscale e contributiva scende di 9 punti. Ma nel 1980 la spesa pubblica era il 41% del Pil. Ora è oltre il 47%. Ed è qui che occorre incidere, per ridurre la peso del fisco. C'è pertanto da domandarsi che cosa farebbe Letta, se invece che con il Pdl, fosse in coalizione con Sel di Nichi Vendola, cioè con il «partito della spesa». Bisogna inoltre considerare che una parte dell'aumento di spesa è dovuta all'espansione di quella regionale e locale. Essa è stata in parte fronteggiata con aumenti fiscali. E in parte con disavanzi occulti della sanità e degli enti locali, che si sono trasformati in debiti pregressi che lo Stato si è addossato.
Dunque, ora si apre una nuova duplice partita. Primo: ridurre l'Irap (o eliminarla, come dicono Confindustria e sindacati, con ottimismo, con una perdita di gettito di 15 miliardi annui: lo 0,9 del Pil), contenendo spesa sanitaria e altre spese regionali mediante criteri di «costi standard» come progettava il governo Berlusconi. Secondo: contenere la spesa per i rifiuti di cui la Tares (Tassa per rifiuti e servizi) dovrebbe coprire il costo. Se la Tares sarà a tariffa, cioè sarà basata su parametri presuntivi dei rifiuti che gli utenti producono e ci saranno adeguati termovalorizzatori - come in Germania, ove i Verdi non sono retrogradi - la spesa sarà contenuta. Se la si applicherà su valori catastali e metri quadri, sistemi entrambi insensati, la tassa crescerà e sarà iniqua. Lo stesso vale per la parte di Tares (una quota del 10/15%) da imputare a servizi municipali indivisibili, come illuminazione e manutenzione stradale. Se la si collegherà al costo dei servizi, tenderà a essere contenuta ed equa. Diversamente diventerà salata e iniqua. E la Cgia di Mestre ci farà riflettere sul fatto che la riduzione della pressione fiscale si fa anche col sostituire ai tributi i prezzi, cioè il meccanismo del mercato.

segue a pagina 9

Signorini a pagina 9

di Francesco Forte

Commenti
Ritratto di 02121940

02121940

Dom, 08/09/2013 - 10:04

Malgrado i 12mila euro di tasse che mediamente pagano gli Italiani il debito pubblico continua a salire (complice la crisi, logicamente) e tutto procede come se non ce ne fosse una ragione. Eppure in tutte le famiglie italiane vale il principio per cui, se le spese superano le entrate, occorre diminuire le spese. Ma questo semplice conto aritmetico non vale per lo Stato e la spesa pubblica non si tocca, specialmente quella che alimenta la politica e dintorni. Chissà perché? Si cominci dal Quirinale, 240milioni all'anno, il sovrano più costoso del mondo. Si vendano i gioielli di famiglia, cominciando dalla tenuta di Castelporziano e da villa Rosebery.

paolonardi

Dom, 08/09/2013 - 15:31

02121940 da un discorso logico con un piccolo neo. Le spese della politica sono alte, non c'è dubbio, ma il grande serbatoio delle spese statali che bisognerebbe tagliare sono lo spreco nella PA cominciando dall'apparato burocratico riducibile senza problemi eliminando i 2/3 dei dipendenti e razionalizzando le procedure; riducendo i lavoratori socialmente utili le cui mansioni sono ignote, portando i forestali a livelli degli altri paesi (in Calabria tre volte di quelli di tutti gli USA!), riducendo del 70% gli amministrativi negli ospedali (come nei paesi normali), eliminando le province e compagnia bella. I risparmi sarebbero, fra stipendi, oneri previdenziali, gestione del personale, e indotto superiori al deficit statale, ma il totem del posto fisso e' intoccabile e paga chi si da da fare.

Ritratto di £a M€lma

£a M€lma

Dom, 08/09/2013 - 15:42

in italia le tasse per il 50% servono per mantenere i carrozzoni in cambio dei voti, più tasse = più carrozzoni = più voti al pdpdl

Silvio B Parodi

Dom, 08/09/2013 - 18:22

il grande errore del pentapartito e' stato di elergire posti di lavoro a tutti tutto l'apparato statale era in sovrappiu'certo non cera la crisi, anzi c'era il boom, arrivata la crisi e la concorrenza dei paesi asiatici, Cino e Giappone abbiamo perso di competitivita' I sindacati complici degli aumenti insensate e dei blocchi a vanvera, ora paghiamo le spese con gli interessi, chi lo dice ai lavoratori inutili col posto fisso, tipo impiegati di province regioni organi para statali forestali ecc ecc????????